vendredi 14 décembre 2007

11/Lho Manthang




Lho Manthang, la capitale, si presenta a noi con una garritta solitaria in cima ad un’altura sul cui tetto sventola una bandiera rossa con la falce e il martello.
La garritta è vuota e polverosa. L’asta della bandiera, piccolina, è inclinata, e senza piedestallo.
Una bandiera senza piedestallo è una bandiera di passaggio.
Dall’alto, dai 4000 mt del passo di Lo, già l’avevamo intravista Lo Manthang. Raccolta all’interno delle sue mura quadrate, in mezzo al giallo verde dei campi di orzo. Da lontano, quattro grandi macchie di colore. Il rosso dei tre grandi monasteri della città. E il bianco del palazzo del re.
È lei. Lo Manthang. Irreale in mezzo alle centinaia di dune di sabbia che la circondano. 
In cima, i resti di antichi castelli o fortezze. Qualche pioppo caparbiamente resistente al vento che soffia implacabile. Un ruscello che scorre lungo le mura.
Una visione magica. Una dimenticata favola d’oriente.








Poco prima dell’ingresso in città, il solito chorten con i colori sakia. Attorno al chorten un gruppo di ragazzi agli ordini di un ragazzo più grande. Lo stanno restaurando. Ridanno vita ai colori stinti dalla sabbia e dal vento. Pescano il colore dalla natura. Rocce polverizzate all’interno di minuscole bacinelle scavate nella pietra. Pigmenti naturali Ocra. Rosso. Verde. Nero.

Sotto le mura della città, donne che lavano vestiti nel ruscello, uomini che chiacchierano seduti sull’uscio delle loro case, bambine che corrono, mocciosi che imparano a tenersi in piedi attaccati al vello delle capre, vecchie che sgranano rosari con la mano sinistra. Una ragazza si lava al fiume i lunghi capelli neri. Si tiene in equilibrio su due sassi che emergono dall’acqua e si sciacqua via la schiuma piegandosi in avanti. I capelli scorrono con la corrente. Lunghi capelli che assomigliano ad alghe nere e sinuose.
Dilish, Goma e Ram discutono accanitamente con un giovane. Stanno negoziando la possibilità di installare il nostro accampamento all’interno di una locanda che vis
ibilmente deve essere rimasta chiusa da anni. Sulla porta di ingresso pende di sghembo un cartello su cui pomposamente c’è scritto : « Mystic Resort ». Il cortile dove Goma aveva previsto di installarsi è occupato dai francesi. E il piccolo praticello nelle vicinanze del torrente, sotto un gruppo di pioppi altissimi che dondolano col vento, è riservato per l’arrivo di alcune importanti personalità.
Il ragazzo alla fine cede. Libera il catenaccio che tiene chiusa una porta di lamiera e ci permette di entrare. Il solito grande cortile quadrato di terra battuta con un simulacro di fontana, in un angolo. L’interno dell’edificio è fatiscente e ricoperto da uno spesso strato di polvere. Il ragazzo ci accompagna su per una ripida scaletta che porta al ballatoio del secondo piano e ci introduce in una stanza. Sarà quella la nostra camera da letto ci dice. Il locale è immenso. Due letti di legno contro il muro di fango sui quali giacciono due materassi di crine che il tempo e la sporcizia hanno tinto di marrone. Due grandi finestre, una che dà sulla strada che circonda le mura, l’altra che si affaccia sul cortile. Nessuna delle due finestre si chiude ed entrambe hanno i vetri rotti rappezzati con del nastro da pacchi. Il soffitto è coperto da un ampio tessuto azzurro che al centro mostra segni di infiltrazioni d’acqua. Là dove l’acqua penetra dal tetto la stoffa fa una sorta di pancia marrone. Il pavimento è ineguale e sconnesso. Al di sotto di un paio di sacchi di iuta che fanno funzione di moquette si celano enormi buchi. Lungo le pareti teli di grossa plastica bianca sui quali sono adagiate montagne di patate.

Ci dedichiamo al risanamento del locale mentre l’instancabile Dilish sta allegramente installando la sua cucina al piano terra.
Tappiamo le aperture delle finestre con degli stracci. Copriamo i materassi con i lenzuolini da campeggio e ci stendiamo sopra i sacchi a pelo. Spostiamo le patate in un angolo. Estraiamo dallo zaino i nostri vestiti e li appendiamo ai chiodi che spuntano dal muro. Ci procuriamo alcune candele e un piattino per raccogliere la cera. Cerchiamo di crearci una vera camera, il più confortevole possibile, perché a Lho Manthang faremo tappa.
Ci staremo almeno due giorni.

Approfitto della fontana per fare il bucato. L’acqua è gelida e non è facile lavare magliette, pantaloni e calzetti col sapone. Ho le dita intirizzite. Kishan, che non si stacca mai troppo a lungo da me, mi osserva sorridendo sornione. Poi mi prende il bucato dalle mani e si mette a insaponare, strizzare, sbattere, risciaquare. In pochi minuti le nostre cose sventolano al sole e al vento.

Da un paio di giorni Kishan ha preso l’abitudine di farsi curare il malleolo malato da me. Da come corre e cammina sospetto che il dolore sia cessato, ma spalmargli l’arnica sul piede e massaggiarlo per qualche minuto è divenuto un rito. Kishan si lava con cura le estremità poi aspetta l’imbrunire e il momento in cui i porter si mettono a giocare a carte. Allora viene a trovarmi e mi fa segno che devo mettergli la crema. La spalmatura della crema la vive con soddisfazione. Si siede, si toglie le scarpe che appoggia a terra ordinatamente e mi presenta il piede. Io faccio finta di osservarlo, gli sfioro il malleolo, gli chiedo se gli fa male e Kishan fa segno di sì con la testa. Allora prendo la trousse delle medicine, e procedo all’operazione. L’arnica ci mette molto ad assorbirsi e Kishan si fissa compunto i piedi. Dopo qualche minuto di massaggio gli dò una pacchetta sul piede e gli faccio capire che è a posto.
A Lho Manthang, Kishan, per la prima volta, mi presenta anche l’altro piede. Io massaggio, spalmo e penso. Quando smetto Kishan si alza, si infila le scarpe e mi regala un largo sorriso.
La seconda bandiera che sventola a Lo Manthang è la bandiera italiana. Sventola, affiancata ad una bandiera nepalese, sul tetto di una casa a un piano situata all’esterno delle mura. La vedo e ricordo quel che mi aveva raccontato Benno a Chele. A Lo Manthang ci sono tre italiani che restaurano un monastero, mi aveva detto. Ragazzi formidabili, aveva aggiunto.

La città, poco più grande di un villaggio, è un dedalo di strade, stradine, piazzette, portici, monasteri. Attorno alla porta che permette l’accesso all’interno delle mura capannelli di persone che se ne stanno sedute a chiacchierare e a far girare i loro mulini da preghiera. Muli, e capre entrano ed escono dalla porta a loro piacimento. Nei pressi di un monastero, lungo un vicolo, un folto gruppo di donne se ne sta accoccolato per terra a chiacchierare e a filare la lana. Gruppi di bambini vanno e vengono.
 Dalla terrazza che si apre sulla piazza prospicente al palazzo del re un cane che abbaia. Abbaia furiosamente correndo avanti e indietro lungo la balaustra di legno intagliato. Un uomo mi supera trascinando per la cavezza un cavallino nervoso e bardato di campanellini d’argento. L’impressione è che qui, la freccia del tempo si sia fermata. Erano così le città da noi nel Medioevo ?

Passeggiamo a caso. Una ragazza ci fa segno di entrare a casa sua. Il solito cortile interno, minuscolo, e un tronco d’albero, su cui sono stati scavati alcuni gradini rudimentali, che porta al tetto. Dal tetto la visione di altri tetti sovrastati da cataste di legna. E poi le bandiere da preghiera che sventolano mosse dal vento. Le cupole ocra dei chorten e il rosso dei ghompa. Più alto di tutti, il bianco palazzo reale.
Un ragazzino, il naso che cola e la pelle annerita dal sole e dallo sporco mi trascina da un tetto all’altro. Capisco che Lho Manthang la si può percorrere anche dall’alto. Tetti, stanze, cortili. Il ragazzino mi sospinge dentro pertugi, camminamenti, stanze 
dove donne filano la lana, stanze dove giacciono malati, stanze dove dormono bambini su letti di paglia. Fumo, tanto fumo, nelle stanze annerite. Calderoni sul fuoco. Abiti appesi ad asciugare vicino alle braci. Vecchi che fumano pipe. Il ragazzino mi porta da uno zio che mi mostra dei grandi tanka stinti dal tempo. Non voglio i tanka, gli dico. Instancabile lui rovista in una cassa ed estrae crani umani intarsiati d’argento, corni di osso, grandi pietre rosse e blù legate a cordicelle di crine, teiere intarsiate, mulini da preghiera, tavolette sacre, vorrebbe vendermi l’anima quell’uomo, e allora gli compro una minuscola fiaschetta d’argento, sigillata con un tappo di cera. Cosa ci sia dentro non lo so, ma lui me la lega al collo e mi tocca tre volte la testa con le sue mani rugose. Un portafortuna ? Sarà l’unica cosa che porterò via con me da Lo Manthang.

Federica la scovo in cima ad un’impalcatura del ghompa Lhakang.
Il gompha Lakhang è il secondo monastero che visito. Al primo, il ghompa di Choprang, ci entro per caso, invitata da un gruppo di monachelli adolescenti che mi fanno da guida. Mi chiamano i monachelli dall’alto di un muro. Non mi chiamano, si sbracciano e corrono ad aprire il portone del monastero. Vogliono farmi conoscere Tashi, un loro compagno che studia l’italiano.
Tashi sorge dal nulla e mi snocciola frasi tipo. Ciao. Come stai ? Bella giornata ! Da dove vieni ? Dove vai ? Mi chiamo Tashi. Ho diciotto anni. Poi mi accompagna in camera sua, nella zona dormitorio del monastero. Un lettino, alcuni libri da preghiera su uno scaffale e « A zonzo per l’Italia », grammatica italiana per stranieri. Sulla parete di legno di fianco al letto, il poster di una donna in bikini. Tashi ride quando gli indico la donna in bikini, ma non smette di produrre frasi. Come un fiume in piena recita : Il treno arriva tra un’ora. In quale binario, per favore ? Dove si trova la biglietteria ?
Riesco ad arginare l’inarrestabile Tashi grazie ad un suono cupo che proviene da un’altra ala del dormitorio. Un suono ininterrotto di trombe. Apro una porta e scopro cinque o sei monachelli che soffiano dentro a delle strane trombe istoriate sotto la guida di un maestro di musica. Non levano gli occhi. Non mi guardano. Continuano a soffiare compunti. 
Dalla stanza a fianco si leva un suono ancora più cupo e profondo. Due apprendisti musicisti si sforzano di trarre qualche sonorità da due lunghissime trombe posate a terra. Le trombe sono lunghe almeno tre metri e il suono che ne esce è estremamente inquietante. Sordo, cupo, nudo. È la sua monotonia, più di ogni altra cosa, a renderlo inquietante.

Federica è una ragazza solare. Lo capisco subito. Da come mi saluta. Dal calore del contatto. Dice che il nostro arrivo le era stato stato già segnalato da un paio di giorni. Un gruppo di mandriani giunti a Lho Manthang avevano segnalato al paese l’arrivo di due ingi, due stranieri. Loro, lei, Luigi e Davide, sono affamati di stranieri, mi dice. Perché a stare a Lho Manthang ci si sente un pochino isolati, aggiunge. E ride.
Federica ride spesso. E le storie su di lei, sui tre italiani che sono là a restaurare i monasteri, sulle ragazze, sulla gente del paese, ce le racconta la sera. A casa. La casa sul cui tetto sventola la bandiera italiana. E nella quale abitano in tre : Luigi, l’iniziatore del progetto, Federica, e Davide, il suo ragazzo.

Ci racconta Federica che quattro anni prima, quando era giunta a Lo Manthang la prima volta, era rimasta da sola un mese. Luigi era dovuto partire con una spedizione verso alcune grotte in cima ad una montagna che secondo un pastore celavano degli affreschi strani e preziosi. Davide non faceva ancora parte del gruppo e lei si era dunque trovata in città da sola. A gestire una quarantina di persone. Le ragazze e i ragazzi di Lo Manthang formati per intervenire nei restauri. Quante cose non aveva capito...
Non aveva capito, per esempio, che anche sulle impalcature vigevano le rigide distinzioni di casta che reggono la società Loba. E che nemmeno gli ordini di una ingi potevano infrangerle. I Tarang, per esempio, la gente del fiume, una casta bassa, sulle impalcature non avevano il diritto di stare più in alto di chi apparteneva alle caste di città. Nessuno gliel’aveva spiegato a Federica. E lei non capiva perché i ragazzi si rifiutavano di intervenire dove diceva lei. Facevano no, con la testa e indicavano i piani alti.
Non aveva nemmeno capito la strana cerimonia che alcuni lama facevano la mattina presto, proprio là dove lei doveva ritoccare i disegni di alcune divinità tantriche. Usavano degli specchi, dei grandi specchi sui quali riflettevano la parete. Catturavano lo spirito della divinità per evitare che venisse disturbato dai lavori. Lo avrebbero riportato al suo posto, avrebbero riportato l’anima nei dipinti, solo a fine lavori. Ma lei anche quello non l’aveva capito.

Ci racconta poi della Coppa del mondo di calcio. Erano riusciti a convincere il responsabile delle centrale eolica situata a nord della città di fornire il villaggio di elettricità per un paio d’ore. E di notte, in piena notte, poiché la finale loro la potevano vedere alla televisione del monastero, in bianco e nero, su una rete indiana, alle due di notte. Tutto il villaggio, la mattina dopo, era al monastero ad attenderli. Per festeggiare. Loro non se l’aspettavano. Erano entrati, e il monastero era illuminato da centinia di candele da preghiera, dei lucignoli immersi nel burro rancido, e tutta la gente era là riunita e li abbracciava contenta, e il sindaco aveva macellato una capra in segno di festa. Proprio di fronte all’altare. Di fronte alla statua di d’argilla del Buddha alta quindici metri. Quel giorno, per festeggiare la vittoria dell’Italia nessuno in città era andato a lavorare.

Come ci erano arrivati là ?
 Luigi era arrivato per primo. Luigi Fieni, 34 anni, di Cisterna di Latina come Federica. Un ingegnere aeronautico che aveva cambiato strada dopo la laurea. E si era messo ad imparare le tecniche di pittura con l’aerografo e in seguito quelle di restauro all’Istituto di Restauro di Roma. E che era finito là, in Mustang, nel 1999 assieme al suo professore, un guatemalteco, specializzato in pitture murali. I due monasteri sui quali avevano deciso di intervenire li avevano trovati in completo stato di abbandono. L’acqua piovana che scendeva a rivoli dal tetto, il deterioramento prodotto dal tempo, il fumo nero della candele da preghiera avevano rovinato, coperto, occultato la bellezza delle pitture, l’armonia delle forme.
Luigi era riuscito a farsi finanziare il progetto di restauro dall’American Himalayan Foundation. Una fondazione che, tra le altre cose, permetteva agli americani di tener sotto controllo i confini con la Cina. O meglio col Tibet. Zona molto calda.

E tuttavia, non era facile. Ogni anno, racconta Federica, almeno un paio di mesi loro li perdevano a Kathmandu per ottenere i permessi. Tutto dipendeva dalla tangente che chiedeva il governo nepalese per consentire loro di lavorare in quella zona remota. E, da quando i maoisti, poi, erano entrati al governo, non si capiva bene chi bisognava foraggiare.

I maoisti, racconta sempre Federica, scendevano spesso in città. Si erano presentati a Lo Manthang appena un paio di settimane prima. La bandiera che avevamo visto al nostro arrivo l’avevano lasciata loro. E nessuno in città aveva osato toglierla. Non avevano fatto niente di particolarmente feroce. In fondo erano quasi tutti ragazzini. Una cinquantina. Tutti giovanissimi. Avevano allestito il loro spettacolino sulla piazza, proprio ai piedi del palazzo del re. Era uno spettacolino proprio fatto bene, racconta Federica. Balli, canti rivoluzionari, e una piccola pièce di teatro. Per illuminare il palco si erano appropriati del loro gruppo elettrogeno. Ma l’indomani lo avevano restituito. Il ragazzino che l’aveva riportato al monastero aveva anche tentato di farle la morale, racconta Federica. Ma lei non si era lasciata intimidire. Gli avevo chiesto, diretta, « Ma ti sembra giusto portare via l’orzo e il riso alle famiglie della città. Gente che ha solo questo ? Non lo chiami rubare, tu? ». Lui aveva tentato una pallida difesa, poi aveva detto che lui non poteva risponderle, ma che il suo capo le avrebbe fornito la risposta giusta. Federica non aveva mollato, e mentre lui goffamente tentava di reinstallare il gruppo elettrogeno, gli avevo detto che a lei di quello che pensava il suo capo non importava nulla e che voleva invece sentire cosa ne pensava lui. Il ragazzino, imbarazzato, aveva fissato le proprie scarpe senza dire più nulla.
Davide, il ragazzo di Federica, restauratore anche lui, si mette a ridere. 
Dice che Federica se le prende la mosca al naso non la ferma nessuno. Lui era solo il secondo anno che trascorreva l’estate a Lo Manthang con l’équipe. Federica l’aveva conosciuta durante un restauro a Londra. Non Avevano casa, loro due. Vivevano assieme là dove li portava il loro lavoro. In Mustang, dividevano la casa con Luigi. Una stanzetta al piano terra per dormire. Una doccia rudimentale in cortile. Un salone al secondo piano. Divanetti, tavolini e uno scaffale sul quale Federica teneva i suoi tesori : le tisane acquistate a Kathmandu, il caffé italiano, qualche pacchetto di biscotti.
Sulla parete del soggiorno dove trascorriamo la serata e parte della notte a chiacchierare e a bere tisane, una grande mappa della città e un manifesto, come quelli che facevo da bambina per contare i giorni che mancavano a Natale. Sul manifesto i giorni che mancavano loro per ridiscendere a valle. A Kathmandu. Alla civiltà.

Non che a Lho Manthang stessero male. Con gli abitanti, ci raccontano, avevano un rapporto formidabile. Intenso. Profondo. Le ragazze, per esempio, a Federica raccontavano tutto. « Anche i ragazzi », aggiunge sorridendo Luigi. « Le raccontano persino quando e con chi fanno l’amore... »

Fate attenzione stanotte, quando tornate alla locanda, al via vai di ragazzi con la pila in mano e le scale a pioli sotto il braccio...sogghigna Federica. Si chiama hula bula. Ed è lo sport più praticato in città. Il modo in cui gli uomini corteggiano le donne da queste parti. Le scale servono ad inerpicarsi sul tetto delle case delle ragazze disponibili. I ragazzi entrano dal tetto e se la ragazza accetta fanno l’amore con lei. Se no, passano alla casa vicina. Sempre attraverso i tetti. Il giorno dopo, raccontano tutto a Federica, aggiunge Davide. Con chi sono stati, e anche se è stato bello. E poi le chiedono : « Ma Federica, perché le nostre ragazze puzzano ? Perché non profumano come te ?». E lei, giù a ridere.

Federica lo ammette. A volte è difficile lavorare vicino a certe ragazze. A volte l’odore che emanano è insopportabile. Qui, donne e uomini non si lavano mai. Quantomeno il corpo, perché i capelli, invece, le donne se li lavano tutti i i giorni. Lei una volta ha portato tutte le ragazze del monastero al fiume. Le ha fatte spogliare e ha distribuito saponi e bagnoschiuma. Poi ha spiegato loro come ci si lava. Quel giorno tutte le ragazze si erano lavate al fiume. Tutte a spruzzarsi acqua e schiuma. Si erano divertite un mondo. Come bambine. Poi però non l’avevano mai più fatto. Qui a Lo Manthang, credono ancora che la sporcizia protegga dalle malattie.

La sera, rientrando alla nostra locanda, un gran daffare. Fasci di luce che si incrociano. Ragazzi con le pile e le scale a pioli. Risate soffocate.
La locanda dove dormite è infestata di topi, ci aveva detto Federica. Fate attenzione.
La notte, chiusa nel mio sacco a pelo, sento i topi che cavalcano sulle travi sopra di noi e scivolano lungo le pareti della stanza, per installarsi sui sacchi di patate.

L’indomani, Lo Manthang è ancora immersa nel sole. Decidiamo di recarci a piedi al monastero di Namgyal che si staglia a ovest in cima ad un’altura. Per arrivarci scendiamo una valle fino al fiume e da là iniziamo la risalita verso i campi di orzo. Incontriamo bambini che vanno a scuola, cavalieri, monaci. Tucci, che era passato per Lo Manthang negli anni ’30 racconta che in passato quella era stata una delle vie commerciali più importanti di tutto l’altipiano tibetano. Una via percorsa da pellegrini e apostoli, banditi ed invasori. In cima alle colline a nord della città le rovine di antichi castelli o fortezze.
Il monastero è semideserto. Un molosso tibetano alla catena quando ci vede arrivare abbaia furiosamente. Un paio di monaci che stanno passando al setaccio delle granaglie levano appena il capo verso di noi. Un salto alla scuoletta, e ai dormitori e poi via il ritorno in città. 

Passiamo il pomeriggio a girovagare per le stradine di Lho Manthang e a chiacchierare. Un ragazzo mi accompagna alla scuola di medicina tibetana dove un lama, che è anche il medico del villaggio, mi fa visitare un antro buio dove sono stipati grandi vasi di ceramica che contengono erbe, polveri, corna e unghie di animali, pietre, sassi. Vorrebbe spiegarmi. Magnificare le sue pozioni. Non capisco niente ma faccio di sì cin la testa. Erano così i gabinetti dei cerusici medievali ?

La sera gli italiani sono invitati a cena a palazzo. Il re riceve alcuni membri della American Himalyan Foundation, in visita. Sono loro le personalità che erano attese in città. Campeggiano sotto i salici in riva al torrente, e sono arrivati a Lho Manthang la sera prima. Una lunga carovana di muli e cavalli.
Alle otto, sulla piazza antistante il palazzo reale, assistiamo ad uno spettacolino di danze e canti organizzato dalla scuola locale in onore degli ospiti. Tutta la città si è data appuntamento là. La gente è seduta compunta sul parterre o si stringe alle finestre, sui tetti e sulle terrazze, per assistere allo spettacolo. Di eventi del genere non devono essercene molti da queste parti.

Poco prima dell’inizio dello spettacolo, toccante nella sua ingenuità, arrivano i monaci vestiti di rosso. La folla si apre per farli passare e loro si siedono tutti assieme nelle prime file. Più tardi, a spettacolo già iniziato, un enorme trambusto. La gente si alza in piedi. Alcune persone fanno largo e creano un vuoto in mezzo alla piazza. Altre portano delle panche e un tappeto e invitano cerimoniosamente l’uomo a sedersi. Vengo a sapere da Federica, che nel frattempo è scesa anche lei sulla piazza, che l’uomo, vestito in parte all’occidentale, che fende la folla, è il nipote del re, l’erede al trono, giunto a Lo Manthang la mattina assieme agli americani.

L’ultima serata a Lo Manthang la trascorriamo nuovamente a casa degli italiani. Federica ha preparato per noi un dolce al cioccolato. Porto con me Kishan. Lui mi sta sempre accanto. Mi segue. Ride. Sorride. Mi parla a gesti. Si siede assieme a noi sul divano che contorna il salotto degli italiani. È visibilmente imbarazzato, ma beve la tisana e divora la torta al cioccolato.

Restiamo fino a notte fonda a chiacchierare. Storie. Tante storie, divertenti o tragiche. Del « colesterolo day », che i tre celebrano ogni anno a prosciutto e mortadella, prima di lasciare l’Italia per queste contrade. Del solenne alzabandiera che fanno il giorno in cui arrivano a Lho Manthang, circondati dall’affetto della gente del paese. Della ragazzina che è stata violentata dallo scemo del villaggio. Giù al fiume. E che è stata risarcita con una capra dalla famiglia del ragazzo. Del re e della regina che se ne stanno chiusi nel loro palazzo aspettando Godot. Dei mercanti cinesi che scendono due volte all’anno a far commercio in città e quel giorno è festa per tutti. Festa grande. Di come è stato bello, bello e difficile, formare i giovani del paese al restauro. E di come sono fieri di usare i pennelli e di fare i colori.
Tante storie. E le solite promesse, di rivederci. Qui o là.
Kishan mi tira per la manica e fa segno che è tardi. Domani, all’alba si riparte.