vendredi 14 décembre 2007

12/Sulla via del ritorno...






Lasciamo Lo Manthang la mattina presto non senza difficoltà. Il proprietario della locanda chiede un prezzo esorbitante per il nostro soggiorno. 20 $, che è come dire 2000 euro. Goma e i portatori adottano il classico atteggiamento asiatico. Aspettare che le cose si risolvano da sole. Claudio si allinea. Io mi agito. 
Non mi va di cedere alle pretese del ragazzo. Che, oltre a tutto, non mi piace. All’arrivo avevamo pattuito un prezzo che era la metà di quello che ora lui pretende. Ma il ragazzo si rifiuta di discutere. Fa capire che è solo un emissario e che la locanda appartiene al fratello. Il quale è da qualche parte in città. Il ragazzo si mantiene sul vago. I portatori se ne stanno accucciati nel cortile accanto alle loro gerle. Scrutano l’infinito. Goma alza le spalle. Kishan ridacchia. 
Capisco che il tentativo è quello di prenderci per stanchezza e allora mollo tutti. Guida, locanda, portatori, e me ne vado in cerca del fratello. Che è a casa sua intento a cuocere una specie di tortilla. Entro in casa come una furia, gli allungo 10$, esco, raggiungo i portatori e dico loro, let’s go ! 
Se ne parlerà per tutto il giorno. Goma alza il pollice in segno di vittoria. Ram mi dà una pacca sulle spalle. Dilish ridacchia e Chitra, laconico, dice good. 
La bandiera rossa con la falce e il martello non è più là, vicino alla garritta. Qualcuno l’ha tirata giù durante la notte. 
All’uscita di Lho Manthang il solito cappannello di bambini, donne, vecchi, curiosi.
La gente ci saluta. Una bambina fa ciao con la mano. Un’altra ripete hello, hello, hello. Le vecchie non levano nemmeno lo sguardo. Continuano a sgranare i loro rosari.
Ci dirigiamo ad ovest. Per ritornare a Jomosom senza dover ripercorrere la stessa strada i sentieri sono due. Uno a est, l’altro a ovest. Scartiamo quello ad est perché la gente a Lo Manthang ci ha detto che è interrotto da due affluenti del Kali Gandaki in piena. E che è impossibile attraversarli senza i cavalli o quantomeno troppo pericoloso. Optiamo dunque per il sentiero occidentale, molto più ripido, ma praticabile. 

Un’ora dopo Lo Manthang, la prima mandria di yak. E una visione. Ce l’avevo alle spalle e la noto grazie al fatto che mi fermo per fotografare gli yak. Sullo sfondo una grande montagna innevata, che resterà sconosciuta perché nessuno dei portatori mi sa dire il suo nome. Himal, ripetono. Ma himal, in nepalese, significa semplicemente montagna. Al di sotto, come nelle quinte di un teatro delle immense dune di sabbia. Più in basso ancora, le grandi praterie. Verdissime perché attraversate da decine di rivoli e ruscelli. Il manto erboso è punteggiato dagli edelweiss e da strani fiorellini viola. Attorno a noi il silenzio. Lontano la sagoma di un cavaliere che scende dal passo al galoppo.

Valichiamo senza troppa fatica il Chogo La, a 4400 mt. La discesa, ripidissima, taglia in diagonale un burrone molto profondo e ci porta dopo qualche ora di cammino al villaggio di Lo Gekhar. Più che un villaggio, Lo Gekhar è un gruppo di cinque o sei case che racchiudono una piazzetta. Su un lato della piazza sorge il ghompa di Ghar, uno dei più antichi di tutto il Tibet, risalente con molta probabilità al settimo secolo. Visitiamo il ghompa mentre Dilish allestisce la cucina in un rifugio destinato ai pellegrini. Il nostro pranzo lo consumiamo sugli scalini del ghompa attorniati dagli abitanti del villaggio che sono interessati soprattutto alla mia racchetta da camminata. Ognuno la prova, la allunga, la accorcia, si pavoneggia, sotto lo sguardo preoccupato di Kishan che per una ragione a me sconosciuta vi è particolarmente legato. Leggo la mano ad una ragazza, le annuncio lunga vita e tanti figli. Immediatamente si sparge la voce e tutte le donne del borgo mi circondano spintonandosi per farsi leggere la mano a loro volta. Le mani delle donne hanno il palmo duro e calloso.
La lettura della mano assume le dimensioni di un evento da baraccone tanto che siamo costretti a lasciare il villaggio per sottrarci alle richieste insistenti di vaticini. Ho esaurito la mia immaginazione e il monaco che mi fa da traduttore si scusa ma ci deve lasciare perché è giunta l’ora della preghiera. Un cane legato alla catena abbaia furiosamente.
È primo pomeriggio. Il cielo per la prima vlta da quando sono partita è totalmente sgombro da nuvole. Partiamo soli, io e Claudio, lungo un costone fino al secondo valico della giornata. Il sentiero è ben segnato e non c’è possibilità di perdersi. Ciononostante, dopo un paio di tornanti vedo spuntare a fondo valle un puntino. Come farà Kishan a raggiungerci col peso che ha sulle spalle ?
Ci raggiunge Kishan e quando la valle si apre e vedo le rosse montagne di Dhakmar avrei voglia di abbracciarlo.
Dhakmar, un puntolino immerso nel verde, un ruscello che lo attraversa e attorno i canyon di Thelma e Louise. Un’aquila vola in circolo sopra le nostre teste e il sole, il rosso delle montagne, il verde della valle, il sentiero che vedo perdersi nel nulla mi fanno piangere. 
E piango davvero. Perché lascio dietro di me questa terra, perché tra qualche giorno dirò addio alle persone che hanno diviso tutto con noi da quasi due settimane, perché so che non le rivedrò più, perché non saprò mai cosa diventerà Kishan, chi sarà da grande, come sarà la sua vita. Piango e capisco in quel momento, per la prima volta nella mia vita, quanto la bellezza sia dolorosa. Quanto i rari attimi perfetti di una vita lascino, ancora prima di finire, il senso terribile e amaro della perdita, della mancanza. 
Niente ritorna. Niente ritornerà. 
Tutto scorre.

A Dhakmar non ci si ferma. 
Io avrei voluto, ma Goma fa pressione per continuare ancora un’ora fino a Ghami. Non mi va di ritornare a Ghami, ci siamo già stati, e Dhakmar è una pura meraviglia, ma Goma sostiene che a Dhakmar non c’è la possibilità di installare la cucina, che la gente del posto non è accogliente, che la strada da percorrere l’indomani è lunga. Sospetto che dietro questa decisione ci sia piuttosto il rakhsi che produce la nipote del re. E la possibilità di dormire al caldo nella sua bella locanda.
Proseguiamo dunque per Ghami.
La sera, nella nostra stanzetta in cima al tetto a farsi curare il piede si presentano in due. Kishan e Kumar. Kumar, vent’anni appena, è un ragazzo silenzioso, a tratti brusco. Il modo con cui afferra la gerla e se la carica sulle spalle, i gesti precisi che compie nell’installare la cucina, la voce. Grossa, da uomo. E nello stesso tempo è un ragazzo timido. Ogni volta che mi deve allungare qualcosa, una tazza, il sale, un piatto, accenna ad un un leggero inchino e unisce le mani a coppa. Sale in camera assieme a Kishan che la fa da padrone. A gesti mi fa capire che soffre molto al piede sinistro. Diagnostico un inizio di tendinite, brutta storia, e decido per un intervento radicale. Gli spalmo il piede col Voltaren e gli faccio ingurgitare un antinfiammatorio. Appuntamento l’indomani mattina per un secondo rattamento. Kumar si allontana dalla stanza zoppicando.

L’indomani partiamo prestissimo. Alle 7 Ghami è già lontana. Kumar zoppica ancora vistosamente. Prego Goma di ripartire il carico di Kumar tra noi e gli altri portatori, ma il ragazzo non vuole. Scuote la testa e insiste per portare la gerla che peserà almeno 30 chili. Goma alza le spalle. Per gli sherpa, mi dice, cedere il proprio carico è un’umiliazione.
Lentamente ci inerpichiamo su per una montagna brulla. Il senso di isolamento è assoluto e accentuato dal fatto che senza che ce ne rendiamo conto il sentiero sparisce. Da sentiero a traccia e poi più nulla. Solo roccia e qualche basso cespuglio battuto dal vento.
Continuiamo a salire, ad arrancare piuttosto, facendo dei lunghi zig zag. La valle è profondissima e il fianco della montagna estremamente ripido. Ho paura di scivolare e procedo con grande lentezza, evitando di fermarmi. Sono inquieta e sento che mi stanno riprendendo le vertigini. Allora mi concentro sui miei piedi, sui miei passi e salgo evitando di guardare più in basso di loro. 
Anche Goma è inquieto. Fissa le cime. Si ferma. Si guarda in giro. Sembra annusare l’aria. Più volte si consulta con Ram. 
Kishan ha la nausea. Mi chiede spesso da bere e si tocca la pancia. 
Kumar zoppica. 

Di colpo mi rendo conto che ci siamo persi. 

Eppure si continua a salire. Mi dico che arrivati in cima avremo una visione più ampia della valle, ma non è così. Subito in cima si apre un’altra valle che dobbiamo contornare tenendoci in equilibrio instabile sul costone. 
Arrivati ad un secondo passo ci sediamo tutti per una sosta. Nessuno parla. Aleggia una certa inquietudine o sono io che sono inquieta ? 
Sotto di noi un mare sterminato di montagne. Sullo sfondo la cima innevata del Nilgiri. E nessun segno di vita. 
Ram, però, sembra abbastanza tranquillo. Ammette che abbiamo perso il sentiero ma insiste che quella è comunque la direzione giusta. Che fare ? Seguire la legge della montagna - quando ti perdi torna indietro – o continuare nel nulla ? 
È la stanchezza che ci fa andare avanti. Scendere di nuovo a valle alla ricerca del sentiero è semplicemente inimmaginabile. E così si continua. A scavalcare dossi, contornare valloni, valicare passi camminando di sbiego lungo la montagna brulla. Finalmente, su un crinale, lontano verso est, una montagnola di sassi. Che segna l’inizio di un accenno di sentiero. Goma e Ram sono visibilmente sollevati e i ragazzi ripartono baldanzosi. Ancora montagne da contornare, una decina almeno, e, dopo l’ennesimo scollinamento, in basso, un puntino verde perso nell’ocra, appare il villaggio di Gehling.

I porter spariscono. Corrono a cercare una sistemazione. L’arrivo, nonostante la carcassa di una vacca abbandonata all’inizio del paese, è trionfale. 

Gehling è un gioiellino. Una quindicina di case di sasso intonacate a calce e un enorme prato al centro del villaggio. Un ruscello che lo divide in due e in alto, annidato in cima ad una altura, un grande ghompa rosso sul quale sventolano centinaia di bandierine da preghiera.

Il resto del pomeriggio lo trascorriamo sul prato in mezzo a cavallini in libertà, attorniati da nugoli di bambini, mani nere e moccio che scende dal naso. 
La banda di ragazzini è capitanata da una bambina più grande, dieci anni forse, dallo sguardo vivo e intelligente. Si avvicinano, i bambini, a noi. E più passa il tempo, più osano. Ci toccano, ci prendono la mano, ci studiano. La ragazzina veglia a che i più piccoli non ci arrechino disturbo e ci trattino con educazione. Una donna attraversa il prato e grida qualcosa ai bambini. Che spariscono di corsa, ridendo, per tornare poco dopo. Il bambino più piccolo non avrà neanche due anni. Si tiene in piedi a malapena. La bambina me lo mette in braccio e se ne va.
Alla fontana un capannello di ragazze ci guarda e ride. Lavano le loro cose sbattendole con forza sui sassi. C’è il sole. Fa quasi caldo.
I porter passeggiano su e giù per il prato. Risalgono una collina. Scendono a gruppetti di due o tre. Si tengono per mano. Straordinaria atmosfera di svacco pomeridiano.

Al ghompa tre monaci e una ragazza, con un paio di codine alla pippi calzelunghe, che fa le pulizie. Al centro della sala principale, sul pavimento, un mandala di sabbia. Ne avevo sentito parlare. Avevo letto qualcosa di quest’antica arte rituale tibetana. Un cerchio di sabbia di due metri di diametro, all’interno del quale, sempre con la sabbia, sono raffigurate delle divinità o dei disegni esoterici. Viene elaborato con pazienza certosina dai monaci e una volta terminato viene soffiato via. A simbolizzare la precarietà, l’instabilità di tutto ciò che esiste.

I tre pellegrini che si presentano all’ingresso del ghompa, due uomini e una donna, portano delle offerte. Si prostrano a terra, la fronte che tocca il pavimento, e poi estraggono dalle loro saccocce l’obolo per i monaci. Quattro bottigliette di olio e due ciotole di riso. L’uomo, il più vecchio, estrae anche una pergamena che mostra con deferenza ad uno dei lama. Gli si inchina davanti e gli presenta la pergamena a mani giunte.
I monaci non ringraziano, non manifestano nessuna empatia nei confronti dei viandanti. Le bottigliette d’olio, le riversano in un’anfora e le ciotole di riso in un grande piatto che contiene altro riso. La pergamena viene osservata, commentata e messa da parte. L’offerta accolta come un atto dovuto. 
I monaci poi si siedono su un muretto all’esterno del monastero, accanto allo zhor fatto di corna di animali che adorna il muro esterno del tempio. Chiacchierano tranquillamente, indifferenti a tutto ad eccezione di loro stessi. 
Provo rabbia.
Lo so che non capisco. Lo so che è difficile giudicare culture così lontane dalla mia. Ma provo rabbia. Rabbia per quella glaciale indifferenza. Rabbia per un mondo così medievale in cui il povero, il miserabile, supplica il chierico di accettare la sua offerta. Rabbia per l’incessante e autistico ripetere preghiere, cantilenare letture, a volte oscure agli stessi monaci. Rabbia per le grandi sale vuote di fedeli che risuonano del suono di trombe, tamburi e campanelli. Li sentiranno le persone del villaggio di Gehling, così basso e così lontano, quei suoni ? Ne trarranno beneficio ? Questi monaci sopra le righe, questi lama serafici e assenti, penso, non si occupano dei malati, dei poveri, dei bambini...Rinchiusi nei loro tetri monasteri praticano esercizi che li renderanno più forti, più spirituali, più simili a lui, il Buddha rinato, il Buddha a venire...E la gente dei villaggi, di questi sperduti villaggi himalayani, che si toglie il pane di bocca per loro...
Eppure, so che non capisco. Come spiegare, infatti lo sguardo di gioia della pellegrina – una donna di una certa età, sdentata e coperta di grasso e polvere - quando il lama ne accetta l’offerta ? Il suo stringersi felice al marito, il suo piegarsi a terra nella posizione più umile ? Come spiegare ? 

Nel prato ai piedi del monastero vi è agitazione. Trambusto. I bimbi corrono urlando. Si chiamano. Si rincorrono. Arrivano due donne con degli enormi tronchi sulla schiena. Dove avranno trovato gli alberi ? Da dove arrivano ? Gettano i tronchi nei pressi di una casa che manca del tetto. Sul prato accorre gente. Accorrono i porter. Imbizzariscono i cavallini che pascolano liberi nei pressi del ruscello. Si danno ad una corsa pazza su è giù per il pratone.
La causa del trambusto è una scimmia. Una scimmia addomesticata che un ragazzo tiene legata ad una corda e si trascina dietro come fosse un cane. Una scimmia a 4000 mt. 
Il ragazzo attraversa il prato con incedere regale e sicuro, mentre i bambini fanno di tutto per toccare l’animale. Il ragazzo non li bada. Continua dritto fino ad una casa poi sale rapido sul tetto, lui e la scimmia che digrigna i denti versi i più piccoli, sparendo alla vista di tutti. 

Verso sera Kishan mi trascina al limitare del villaggio. Poi mi fa segno di sedere sul muretto vicino al chorten. È quasi buio e i pastori rientrano dai pascoli. Centinaia e centinaia di capre in file disordinate raggiungono gli ovili. 

Una vecchia nei pressi del chorten gira incessantemente un mulino da preghiera con aria assente. La sua faccia è un reticolato di rughe, ma quando mi avvicino noto che ha uno sguardo bello e franco. Tre bimbi che non ho notato il pomeriggio mi si avvicinano anche loro e mi fissano con occhi scuri e grandi.

 Indicibile sporco. Bellissimi sguardi. 
Restiamo là fino a che non scende la notte. Io e Kishan che mi guarda disegnare.