samedi 15 décembre 2007

13/Giornata eroica...




« Giornata eroica ». Così ho scritto sul mio moleskine. 
E continuo segnalando che siamo saliti a un passo e poi scesi fino a Shyangmochen. Di Shyangmochen non ricordo nulla. Resterà un nome perché la giornata è segnata invece dal canyon e dalla salita.

Lo si sa che scendere in fondo ad un canyon, là dove scorre il fiume, prevede poi una risalita, ma quando infiliamo il sentiero che porta in basso, sempre più in basso, siamo euforici.
Il paesaggio è grandioso, e per quanto ci stiamo abituando all’immensità di queste terre, è impossibile non provare emozione. 
Sgraniamo il sentiero in fila indiana tra due enormi pareti di roccia rossa. I porter corrono. Io corro. La discesa, il paesaggio, mi ricordano la discesa del Grand Canyon, intrapresa in espadrillas secoli fa. Corro e mi perdo nei ricordi.
La misura dell’euforia che ci ha preso la danno i porter. Loro, sempre così silenziosi e misurati, ridono, si chiamano l’un l’altro ad alta voce per sentire l’eco perfetta che rimbalza da una parete all’altra. La discesa continua. Lunga e dolce. Grotte antiche e rifugi di pastori sotto le rocce. Recinti in pietra secca. Cespugli. Rumore cristallino di acqua che scorre.
Giù, sempre più in giù, fino al fiume. I porter, ci aspettano bighellonando sulla riva. Kishan smuove alcune rocce per permettermi di oltrepassare un ruscello in modo da bagnarmi i piedi il meno possibile. Ci spruzziamo. Scherziamo.
Poi, di colpo, la vedo. 
Vedo la salita che si perde in altezza. Mi dico che non è possibile, che non è umana una salita del genere. Mi dico che siamo stati pazzi a prendere quella diversione, che non ce la faremo mai ad arrivare a Chusang entro notte. Il sentiero è scavato nella roccia e sopra di noi c’è una parete alta più di mille metri. Non ho mai visto una cosa così alta e così vicina nello stesso tempo. 
Non c’è soluzione. Bisogna salire.
Il tempo di radunare tutto il coraggio che mi rimane e i porter sono dei puntolini già lontani. Decido di mettermi al passo del mio cuore.
Ricordo il cuore che batte. Che batte forte. L’impulso incessante di guardare in alto. Quanto manca ? Quella che sembra la cima altro non è che un enorme scalino da cui parte un’altra salita, altrettanto lunga, altrettanto ripida. Non mi fermo mai. So che il trucco è continuare, lentamente, a volte contando i passi. Ogni cento passi levo la testa. Per vedere quanto manca alla fine. Poi guardo giù. Calcolo che Claudio è a circa mezz’ora da me. Un punticino, molto più in basso. Con lui Goma e Ram, che, a stare alla cadenza, devono soffrire un poco pure loro. In alto, davanti a tutti, il piccolo Dilish con le sue gambette magre e corte. Corre così perché deve allestire al cucina per il pranzo ?
Non riesco a fare quello che mi ero ripromessa. Mi fermo. Ho l’impressione di aver spremuto tutte le forze che mi restavano. In fondo, molto più in basso di tutti, si snoda una carovana. Muli, cavallini e una decina di monaci che riconosco dalle lunghe tuniche rosse. Salgono velocemente, quasi non sentissero la stanchezza.
Al passo mi siedo accanto alla montagnola di sassi dalla quale sventolano le bandierine da preghiera. Pian piano arrivano i monaci. Prima i cavalli, poi i muli, poi loro. Ridono, salutano, sono ciarlieri e visibilmente contenti. I più piccoli, dei ragazzini di una decina d’anni, scherzano tra di loro lanciandosi dei sassi. Le loro grida rimbombano nel profondo del canyon.
Quello che mi sembra il capo e che mastica un poco di inglese mi racconta che si stanno dirigendo in India, al monastero di Dheradun, a un paio d’ore da Dehli. È la che studiano. Teologia, filosofia, retorica. Hanno fretta, mi dice, perché tra una settimana devono essere al monastero. Ci sarà un grande meeting. Un grande rimpoché terrà alcune lezioni importanti. Poi vogliono la foto collettiva.

Dal passo si scende. O meglio si riscende. Vertiginosamente fino a Samar dove Dilish, come previsto ha allestito la cucina e preparato il pranzo. 
Poco prima di arrivare a Charang due ragazzine ci fermano e ci offrono due mele. Faccio per dar loro qualche rupia, ma loro scuotono la testa e sorridono. A Charang, dove arriviamo all’imbrunire stremati, ritroviamo le stesse facce che avevamo visto all’andata. 
La locanda, dove contavamo di dormire al caldo, è occupata dai monachelli. Non ci resta, dunque, che piantare la tenda in cortile. 

La cena la consumiamo assieme ai monaci. Un’unica tavolata, tutti a chiacchierare e a ridere come in gita scolastica. Un ragazzo se ne sta in disparte a mormorare preghiere che trae da un libro che maneggia con estrema delicatezza. Non alza mai gli occhi. Non mangia. È totalmente assorbito dal suo salmodiare sommesso. 

La notte una muta di cani si abbatte sulla nostra tenda. Li sentiamo ringhiare, abbaiare, sbattere contro il tessuto leggero. Ram, Kishan e Chitra saltano fuori dalla loro tenda e urlano contro i cani, gettando contro di loro tutto quello che trovano sottomano. Pietre, bastoni, scarpe. I cani si allontanano. Scavalcano il muretto del cortile e per una buona mezz’ora li sentiamo abbaiare furiosi nelle vicinanze. 
Mi riaddormento.
Ultima notte prima della frontiera.