Non piove più, ma il sole stenta ad uscire da dietro al mare di nuvole che per il momento copre la vista delle cime innevate. A tratti, però, il cielo si apre. Questione di pochi secondi. Poi, la coltre spessa delle nuvole monsoniche ricopre di nuovo il tutto.
Ho fretta di superare la fatidica quota tremila. Le nuvole, in generale, se ne stanno più basse. Oltre i tremila, anche durante il monsone, è possibile vedere il sole. E col sole, il cielo azzurro e le montagne.
Kishan ricompare dal nulla neanche un quarto d'ora dopo Ghasa. Sulle spalle non porta più i due penumatici che aveva ieri. Mi si avvicina e mi fa segno che se voglio mi porta lo zaino. Non ne ho bisogno, ma a Kaiku, un villaggio a un'ora da Ghasa, propongo a Goma di assumere Kishan. I porter sono sovraccarichi, gli dico, e una persona in più permetterebbe a tutti di ripartire il peso. Kishan se ne sta in disparte e ci guarda. Silenzioso e serio. Goma lo squadra. Poi gli parla. Kishan fa più volte di sì con la testa. In Nepal è un gesto dolcissimo e a volte ambiguo. La testa disegna una specie di otto. Più che "sì", il gesto significa "come vuoi "…
Lasciamo i portatori a Kaiku e ripartiamo da soli. Il sentiero è franato in più punti. Saliamo e scendiamo sulle frane attaccandoci alle rocce e ai rami di qualche cespuglio che spunta qua e là. Un grosso sasso rimbalza velocissimo a neanche un metro dalla mia testa e sparisce più in basso nelle acque del fiume. Di colpo, mi coglie il panico. Un panico incontrollabile che mi spinge a correre. Corro e arranco a perdere il fiato fino a che non raggiungo un sentiero più largo in mezzo ai pini. Non perdo tempo a guardarmi attorno. Neanche là mi sento al sicuro. Continuo a salire, affrettando il passo. La situazione non mi piace. Il sentiero è cosparso di detriti. E i sassi, grandi e piccoli, continuano a rotolare giù dalla montagna. A intervalli il silenzio è rotto dal rumore sinistro di pietre che cadono.
Mi rendo conto, poi, che da circa un'ora non incontriamo più nessuno. Cinquecento metri dopo il sentiero biforca. Un braccio sale verso sinistra e sparisce dietro una roccia. Un altro scende in mezzo agli alberi. Non abbiamo da fare altro che aspettare, dico a Claudio. Chiederemo la strada ai portatori o alla prima persona che passa. I porter, poi, sono dietro di noi e non dovrebbero tardare. Restiamo seduti su una roccia ad aspettare per un'ora. Non c'è anima viva. Nessuno che scende, nessuno che sale. Cosa strana visto che quella è l'unica strada che collega i villaggi della valle. Iniziamo a fare congetture, mentre su tutto cala una nebbia da tagliare col coltello. Una valanga più sotto ha impedito ai porter di proseguire? Ma come è possibile, allora, che nessuno scenda…? La mappa che ho nello zaino non ci aiuta a scegliere e l'unica baracca che si intravede più in alto è vuota. Decidiamo a naso di prendere il sentiero di destra che scende in basso verso un affluente del Kali Gandaki. Del ponte sospeso che collega le due rive si riesce ad intravedere solo l'inizio. La fine del ponte si perde nella nebbia. Sull'altro versante il sentiero biforca di nuovo. Salire o scendere? Ci incolliamo con la schiena a una roccia mentre da sopra le nostre teste scivolano giù le pietre.
Mezz'ora dopo, - una mezz'ora di silenzio, nebbia e angoscia – decidiamo di fare quello che insegnano le leggi della montagna. Se ti perdi, e visibilmente ci siamo persi, torna indietro.
La prospettiva non mi sorride. Tornare indietro significa ripercorrere la zona delle slavine e dribblare tra le rocce che piovono giù dall'alto. E d'altro canto, andare avanti non ha senso. Ho letto troppi libri sulle valli e vallette dell'Himalaya. Infili la valle sbagliata e ti ritrovi in mezzo al nulla. La cosa strana è che ho paura. Una paura irrazionale alimentata dalla maestosità del paesaggio che ci circonda. Mi rendo conto per la prima volta che tutto attorno a me è smisurato. Sono smisurate le vette che ogni tanto si intravedono seimila metri sopra la nostra testa. È smisurata la nebbia che attenua i rumori. È smisurato il torrente che scorre ai nostri piedi rombando come un aereo che sta per decollare. Ed è smisurato il silenzio, che esclude il boato dell'acqua.
Ritorniamo sui nostri passi. Un'ora di discesa. Più passa il tempo più ci affrettiamo. E ancora nessuno che sale, nessuno che scende. Nessuna carovana. Solo allora mi accorgo allibita che lungo il sentiero non c'è alcuna traccia di cacche di animali.
È quasi l'una quando ritroviamo Kaiku, il villaggio da cui eravamo partiti quattro ore prima. Dei nostri porter nemmeno l'ombra. Ci lanciamo nell'incongruo tentativo di farci spiegare la strada dal proprietario di un bhatti, che si limita ad indicare una vaga direzione con la mano. A stare all'uomo il sentiero che abbiamo preso è quello giusto.Ci fa segno di tornare indietro e nulla più.
Un quarto d'ora dopo passa davanti al bhatti uno sherpa. Va a Lete. Ce lo fa capire pronunciando questa sola parola, Lete, senza fermarsi. A stare alla carta, Lete è sulla nostra strada e quindi arranchiamo dietro di lui. Non è semplice. L'uomo, nonostante l'enorme gerla carica di mercanzie che trasporta sulle spalle, sale con leggerezza tagliando i tornanti. Ogni volta che scompare dietro a un tornante mi metto a gridare. Allora lui si ferma. Senza voltarsi, senza degnarci di uno sguardo, aspetta. Dopo mezz'ora di risalita, ecco che biforca sulla destra. Dal sentiero principale lo si intravede appena. Sulla destra, tra i pini, scende un altro sentiero. Che non avevamo visto prima, né all'andata né al ritorno. Finisce su ponticello sospeso che taglia il torrente e permette di risalire l'altro versante della valle.
Neanche un'ora dopo arriviamo finalmente su un pianoro da cui in lontananza si scorgono le prime case di Lete.
Lete è un grosso villaggio con una strada lastricata che passa tutta dritta in mezzo alle case. A parte alcuni bhatti, una scuola e una stazione di purificazione dell'acqua, a Lete non c'è nient'altro. Un soldato, un ragazzino in tuta mimetica con un mitra in mano, ci ferma e ci chiede di controllare il permesso di trekking. A gesti gli spieghiamo che siamo diretti in Mustang e che i permessi ce li ha Goma, il nostro sirdar. Ha visto passare un gruppo di porter? Il ragazzino scuote la testa. Senza i permessi non si passa, ci fa capire. Poi ride.
Un soldato che ride è la cosa più comune che si incontra in Nepal. I soldati, in Nepal, ridono timidamente, come bambini. Sempre sorridendo, il soldatino, ci fa cenno di seguirlo all'interno della sua garritta. È strabico, e l' uniforme gli sta larghissima come se indossasse un resto di magazzino, due taglie in più della sua. Fruga nel cassetto e estrae un enorme registro, di quelli che si usavano da noi cinquant'anni fa. Sembra fidarsi e ci chiede semplicemente di compilare il registro. Chi siamo, da dove veniamo, quanto stiamo, dove siamo diretti. Sbircio le righe sopra alla mia e scopro che da una settimana non è salito su nessun occidentale. L'estate non è stagione di trekking. Il monsone e le sanguisughe tengono lontani i camminatori.
Salutiamo il soldatino e cominciamo ad inquietarci per i nostri portatori. Sicuramente sono davanti a noi, ma poiché sono convinti a loro volta che noi siamo davanti a loro c'è il rischio che si continui a salire in una sorta di gioco a rimpiattino. Affrettiamo il passo e chiediamo ad ogni baracca se per caso hanno visto sfilare un gruppo di ragazzi con delle grandi gerle sulle spalle. La gente ci guarda, scuote la testa e ride.
Riprendiamo a salire. Da Lete arriviamo a Kalopani, che in nepalese significa acqua rossa. Ed è infatti di un marrone rossastro l'acqua del Kali Gandaki in questo punto. Stiamo per prendere la scorciatoia che attraversa a guado il torrente, e che ci farebbe evitare una buona mezz'ora di strada, quando, proprio sul ciglio dell'acqua, c'è Kishan.
È seduto su una roccia. Ai suoi piedi, la gerla col mio zaino e una tenda. Ci guarda, ci sorride e scuote la testa. Non dobbiamo attraversare a guado il torrente. L'acqua ci arriverebbe alla vita ed è certamente meglio risalirlo controcorrente, fino ad un ponticello più in alto. Poi, sempre a gesti, ci spiega che i porter ci aspettano a Khobang, a neanche un'ora di strada. Lui ha avuto ordine di aspettarci. Se non ci avesse visto entro un'ora qualcuno sarebbe tornato indietro a cercarci.
Sono contenta di vedere Kishan. Sono contenta che ormai faccia parte del gruppo. Gli sorrido, e gli porgo la racchetta. Lui non se lo fa dire due volte. L'afferra e si incammina assieme a noi.
Poco prima di Khobang, di colpo, la vallata del Kali Gandaki si apre. Ampia. Maestosa. Attorno a noi, a tratti, quando le nuvole lo permettono, si scorgono le vette del Dhaulagiri, del Tukuche, dei tre Nilgiri, del Fang e dell'Annapurna 1. E senza più nessun ostacolo, fortissimo, soffia il vento che scende da nord.
È qui, tra Larjiung e Khobang che inizia il sentiero che porta alla seraccata del Dhaulagiri. Herzog, negli anni '50, aveva tentato questa via per raggiungere l'Annapurna, ma dopo un paio di giorni aveva abbandonato. Troppo pericoloso. Su una pietra all'ingresso del villaggio di Larjung è inciso il nome di un'alpinista ceco e il giorno della sua morte.
Un paio di anni prima, da quelle parti. Non c'è scritto né come né dove.
In questa valle che fu per secoli un'importantissima via commerciale con il Tibet, si notano i primi segni del buddismo tibetano. Archi di pietra squadrati all'ingresso dei villaggi. Bandiere di preghiera che sventolano sbiadite dai tetti. Un chorten. Furono le carovane dei mercanti di sale a trasportarlo fino a qui dai grandi laghi salati degli altipiani himalyani. Quella che stiamo percorrendo, in passato era una sorta di via della seta delle alte altitudini. Sale contro zucchero, tè, spezie e tabacco. E soprattutto sale contro grano. Il grano che cresceva e cresce ancora oggi alle basse altitudini. I thakali che abitano la regione hanno detenuto per secoli il monopolio di questi scambi. Poi, in tempi recentissimi, la chiusura del Tibet e l'invasione del sale indiano, sale marino, meno caro, ha posto fine quasi del tutto a questo commercio.
Percorro le stradine lastricate di Khobang, in mezzo a case di mattoni imbiancati a calce. Stretti vicoli che costituiscono una barriera ai venti glaciali che scendono da nord. Passaggi coperti che collegano le case costruite attorno a cortili chiusi. Le scorte di legna ben impilate sui tetti.
Al monastero del villaggio, il Madkhi Lhakang, il tempio buddista più a sud di tutta la Kali Gandaki, c'è rimasta solo una monaca. Che accetta di farmi entrare e mi offre un té nel suo alloggio. Il monastero è piccolo, non particolarmente ricco, e la donna vive là, da sola, da anni.
Come la giovane maestrina, insegnante di inglese alla scuola del paese. Che mi racconta che il marito è partito tre anni fa in Europa. Nel nord, mi dice, ma lei non si ricorda se è la Svezia o la Finlandia o la Norvegia. Al nord, perché le ha detto c'è la neve. I suoi due figli lei li ha lasciati a Kathmandu da una zia. Quella valle è troppo dura per dei ragazzini, mi dice. D'inverno il villaggio è sepolto sotto la neve. Chiacchiero un poco con lei seduta sullo scalino della sua casa, piccola, buia e senza finestre. I ragazzini che passano, la salutano affettuosi. Una signora con un bambino in braccio e un grande anello d'oro al naso mi invita a casa sua e si fa fotografare con tutta la famiglia. Le donne espongono con fierezza i loro bambini davanti all'obiettivo. Li esibiscono come trofei. I bambini da queste parti non piangono mai.
Prima di rientrare al nostro lodge, che assomiglia stranamente ad uno chalet svizzero, incontro Juliette, una cinquantenne francese che risale da sola la valle. Ha il viso e il collo mangiato dalle sanguisughe. Tante piccole cicatrici rosse. Anche lei ha intenzione di andare in Mustang. Il suo fidanzato (dice proprio fiancé, fidanzato), un nepalese che è guida di alta montagna, dovrebbe raggiungerla l'indomani a Jomosom assieme ad un gruppo di sei trekkers. Tutti diretti in Mustang. Il gruppo è a Pokhara e conta di prendere l'aeroplanino della Gorkha Airlines che assicura i collegamenti tra la parte alta della valle e la pianura. Lei ha scelto di risalire la valle a piedi, sola, senza portatori, per favorire l'acclimatazione ed evitare il mal d'altitudine. Ora però è preoccupata. Le han detto che da alcuni giorni l'aeroplanino non atterra a causa del maltempo. Basta pochissimo. Qualche nuvola. Un vento leggermente più violento. Sono aeroplanini che volano a vista e prima di raggiungere l'altipiano di Jomosom devono infilare la strettissima valle del Kali Gandaki. D'estate è raro che riescano a partire. Se il gruppo non riuscirà a prendere l'aereo dovrà tentare di arrivare in elicottero fino a Khobang e da là raggiungere Jomosom a piedi. Non c'è altro mezzo. I permessi per il Mustang sono chiari. Se si passa in ritardo la frontiera si perdono giorni preziosi e in ogni caso la data d'uscita è improrogabile.
Ci salutiamo sapendo che ci riincontreremo l'indomani a Jomosom.

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