mercredi 12 décembre 2007

7/Da Kagbeni a Chele...


« A cosa assomiglia il Mustang ? Al sud marocchino ? Alla Monument Valley ? E chi percorre il Mustang ? Pastori che conducono capre e pecore. Gruppi di donne. Uomini a cavallo. »
Questo ho scritto sul mio notes. Poca cosa per descrivere la giornata di marcia da Kagbeni a Chele. 
Eppure mi ricordo.  
Il passaggio della frontiera, per prima cosa. Il Mustang è stato aperto agli occidentali nel 1991. Resta un’area ad accesso limitato, nel senso che ogni anno il governo nepalese rilascia agli stranieri al massimo mille permessi di passaggio. Numerose le limitazioni poste a chi vuole inerpicarsi in queste zone. Che ci vengono enumerate e comunicate dal funzionario di frontiera, un uomo sorridente e inequivocabilmente dotato di potere. 
Vietato raccogliere legna e usarla per cucinare o per riscaldarsi.
Obbligatorio registrare tutto quanto trasporta la spedizione, per verificare che le bottiglie o le scatolette vengano riportate tutte indietro. All’uscita i rifiuti in vetro e plastica saranno pesati e dovranno essere compatibili con quanto dichiarato all’ingresso.
Proibito distribuire denaro o altri oggetti alla popolazione locale.
Vietato allontanarsi da soli, lasciando indietro il sirdar.
Vietato viaggiare in gruppi di meno di due persone.
Vietato pernottare in casa di gente del luogo. 
Vietato raggiungere la frontiera con la Cina appena venti chilometri a nord di Lo Manthang.
Vietato compiere qualunque gesto che possa offendere la religione, e la cultura locali.

Il posto di frontiera è situato ad un’estremità del lungo mani di preghiera che attraversa il villaggio, all’uscita nord di Kagbeni. Sul tetto, due soldatini in tuta mimetica con un fucile mitragliatore a tracolla ci sorridono e ci salutano con calore. Ascoltiamo compunti le regole che vigono in Mustang e firmiamo numerosi documenti. In teoria dovremmo essere accompagnati da un liaison officer, un funzionario che controlla che i viaggiatori non contravvengano alle regole appena elencate. Ma arrivati a Kathmandu, Navio ci aveva informato che era sempre più difficile trovare dei funzionari disposti ad adattarsi ai ritmi di marcia massacranti, all’altitudine, alle infinite salite e discese di questa terra. Che alla frontiera lo sapevano e avrebbero chiuso un occhio. Al liaison officer, infatti, non accenna nessuno. 

Su un muro dell’ufficio un pannello riporta il numero di occidentali che ogni anno hanno percorso il paese. 978 nel 2000; poi, via via, un calo: 765 nel 2005 e appena 581 nel 2006. Le statistiche del 2007 non erano ancora state elaborate. Il librone che ci fanno firmare indica che al momento in giro per il Mustang ci sono circa una decina di occidentali. 

Usciti da Kagbeni ci inerpichiamo lungo un sentiero che taglia in diagonale un ripido pendio proprio sopra il Kali Gandaki. Più che un sentiero è una traccia instabile appena scavata nell’argilla. Non guardo in basso, dove scorre ruggendo l’acqua del fiume, ma mi concentro su dove mettere i piedi. I portatori proseguono agili e veloci e in breve tempo spariscono dalla nostra visuale. 
Da lontano avanza verso di noi un gregge di capre. Sono centinaia. Seguono un pastore che non cessa di lanciare dei fischi acuti per indurre gli animali più riottosi o distratti ad avanzare. Le capre salgono e scendono disordinatamente lungo il pendio e così facendo smuovono la terra. A tratti fanno rotolare sul sentiero gragnuole di sassi e pietre. Attendo al riparo di un roccione che il gregge si allontani. 
Tangbe, il primo villaggio che incontriamo, è annunciato da tre chorten. Uno nero, uno bianco e uno rosso, i colori che ritroveremo lungo tutto il percorso e che caratterizzano tutto l’alto Mustang. Il villaggio sembra disabitato. Percorro curiosa dedali e viuzze, che si snodano tra case intonacate. Non un’anima viva. Solo un cane che abbaia furiosamente non appena ci vede. Gli abitanti li ritrovo poco dopo. Sono tutti a lavorare nei campi di orzo, o nei frutteti attorno al villaggio. Uomini, donne, bambini. 

La parete di roccia, sull’altra sponda del fiume, è interrotta da buchi, troppo regolari per essere delle grotte naturali. Ma troppo inaccessibili per essere stati utilizzati come abitazioni. Nessuno mi sa dire che cosa sono, nemmeno a Chhuksang, il villaggio cui arriviamo un’ora dopo alla fine del sentiero vertiginoso sul Kali Gandaki.
A Chhuksang gustiamo per la prima volta il pranzo cucinato da Dilish. La velocità dei portatori quella mattina, è presto spiegata. Loro corrono avanti, con le loro gerle stracariche per arrivare prima di noi alla tappa pranzo e permettere a Dilish di installare la cucina. Il pranzo viene servito su grandi vassoi di bambù. Dilish scruta le nostre facce per vedere se siamo soddisfatti e bisogna ammettere che, se non altro, il menu è ricco. Patate lesse, una frittata di cipolle, del mais, e una macedonia di frutta in scatola. 
Chitra è addetto a servire il caffé. Prepara le tazze, distribuisce il caffé liofilizzato, versa l’acqua bollente, mette lo zucchero e mescola. Il secondo Ram sparecchia. Kumar lava i piatti e le pentole sul greto del fiume utilizzando la sabbia. Ognuno ha un ruolo. Salvo Goma, il sirdar, e Ram, il suo assitente. Che si riposano bevendo il rakhsi, un alcool locale estratto, credo, dall’orzo. 
Pian piano mi risulta sempre più chiara la logistica del gruppo e le relazioni gerarchiche che intercorrono tra i portatori. Goma e Ram, portano solo il loro zaino e arrivati alla tappa, una volta deciso dove dormire e cosa mangiare, si riposano. Dilish, si occupa unicamente della cucina e delle spese. È lui che sa dove trovare le verdure, dove comprare i polli o le capre da macellare e cucinare. I ragazzi piantano le tende, e fanno l’intendenza. Kishan è l’elettrone libero. È un pariah, Kishan, e dunque quasi sempre è lui che è incaricato dei lavori più umili. Forse, per questo, mi ronza sempre accanto. 
Mentre scrivo il diario si siede vicino e mi guarda. Con lui ho l’impressione che le mie mani sappiano fare magie.

Chhuksang è un borgo di poche case. Sulle porte di ingresso delle corna di montone cui sono legati dei rametti con dei fili colorati. Il tutto a formare un rombo. 
Il maestro di scuola che si ferma a chiacchierare con me all’ingresso del villaggio, mi spiega che sono gli zor e che servono a catturare gli spiriti maligni prima che entrino nelle case. 
Oggi, mi dice l’uomo, è un giorno speciale. Tutti i maestri delle scuole del Mustang si riuniscono a Chhuksang. Per discutere dei programmi e degli scolari. Arrivano a cavallo da Lho Manthang e da altri villaggi sperduti. Lui, nel Mustang, ci vive da vent’anni, racconta. Una vita dura. D’inverno, però, scende a valle come tutti gli abitanti della regione. Troppo freddo, troppa neve. Il vento, aggiunge, è ghiaccio tritato e fa un gesto per mimare gli aghi di ghiaccio che penetrano nella pelle. A ottobre gli abitanti di queste valli scendono più sotto di qualche migliaio di metri. Nei villaggi resta solo qualche vecchio per badare alle bestie. Lui, è d’inverno, che vede la sua famiglia. E i suoi figli. Crescono così in 
fretta che da un anno all’altro stenta a riconoscerli.

Chhuksang è posta sul greto del Narshing Khola, l’ennesimo affluente del Kali Gandaki. Da qui partiva la strada che percorrevano le carovane per raggiungere, più in alto, le grandi miniere di sale. E sempre da qui parte l’ennesimo sentiero che porta al santuario di Muktinath.
Sul greto del fiume tre sadhu, o holy men come li chiamano da queste parti, fanno il bucato. Adagiati sui sassi, grandi teli colorati rosso, arancione e giallo. Loro chiacchierano tranquilli, seminudi, i capelli lunghi arrotolati dentro i loro turbanti. Un altro sadhu, un poco più
 anziano e con una lunga barba bianca, se ne sta in disparte e fissa immobile l’acqua del fiume. 

Passeggio sul greto del fiume in attesa di ripartire. È più o meno a questa altezza, attorno ai 3000 metri, che si trovano le ammoniti fossili. Un paio di ragazzine ce ne ha offerte un paio proprio all’ingresso del paese. Dei bei sassi neri, rotondi, che, una volta rotti, rivelano l’impronta di una conchiglia in forma di spirale. 
Qui, nella notte dei tempi, c’era un mare. Un mare-lago, infossato tra le montagne.

Una ragazza del paese ci fa cenno di seguirla. La seguiamo in quattro. Claudio, Chitra, io e l’inevitabile Kishan. Cammina spedita davanti a noi e ogni tanto si ferma ad aspettarci senza girare il capo ma tracciando dei segni sulla terra col bastone. Ci porta poco lontano dalle case ai piedi di alcuni coni spettacolari di roccia cui l’erosione ha dato la forma di canne d’organo. Ci arrampichiamo per un pendio scosceso e la ragazzina ci indica un pertugio attraverso il quale possiamo infilarci dentro ad uno di questi coni. ci rendiamo L’interno del cono, illuminato appena dalla fioca luce di una pila, è stato scavato. Tre piani a cui si può accedere salendo su per delle rudimentali scalette fatte di rami e appoggiate alla roccia. In alto, al piano superiore, una minuscola stanzetta. 
È così buio al’interno che nonostante il chiarore della pila, ci metto un poco a rendermi conto che le pareti di roccia sono affrescate e che la stanzetta non è altro che un piccolo gompa con la statua del Buddha al centro. Una meraviglia. Angeli e demoni che si danno battaglia. Il Buddha è seduto in mezzo al groviglio dantesco ed esibisce la consueta espressione serena.
Giriamo per tre volte, da sinistra a destra, attorno alla statua del Buddha. Ci porterà lunga vita, dice la ragazza. Lunga vita, felicità e salute. Kishan fa i suoi tre giri, serio e concentrato.

Un paio d’ore di cammino, un paio di fiumi guadati facilmente, e arriviamo a Chele, il villaggio dove ci fermeremo per pernottare. Subito prima di Chele, un canyon spettacolare. 
Alte pareti rosse sulla riva orientale del Kali Gandaki. E anche qui una fila ordinata di caverne. Inaccessibili. È Goma che mi racconta che alcune decine di anni fa era proprio in queste caverne, in passato utilizzate come rifugi o come luoghi di sepoltura, che si nascondevano i guerrieri khampa. Temuti per secoli dai viaggiatori per la loro ferocia e per i loro cani, questi terribili guerrieri tibetani furono i principali attori della resistenza anticinese, in seguito all’occupazione del Tibet. Su ordine del Dalai Lama, all’inizio degli anni ’70, tutti cedettero le armi. In molti si suicidarono.

Chele è un piccolo agglomerato di case in cima ad uno sperone di roccia. I portatori hanno già piantato la nostra tenda nel cortile, sul retro di una casa. È una tenda rossa, piccolina ma all’interno spaziosa. 
Ceniamo a casa della gente che ci ha permesso di piantare la tenda nel cortile dove incontriamo Benno e Karine, una coppia di ragazzi svizzeri, di ritorno da Lo Manthang. Sono affascinati dal viaggio che hanno fatto e ci raccontano che cosa ci aspetta da là in poi. Dicono che è faticoso, ma fattibile. Poi, quando vengono a sapere che siamo italiani, ci informano che a Lo Manthang incontreremo tre compatrioti, tre ragazzi molto giovani, che stanno restaurando un monastero. Stanno facendo un lavoro formidabile, racconta Benno. Dovete andare a trovarli.

La notte è scandita dall’abbaiare concitato dei cani. Sono i cani dei khampa. I feroci mastini tibetani che la gente tiene a catena nei cortili della case. Quando mi sveglio, all’alba, tutto è avvolto da una bruma rosata.