Sempre uguale, Kathmandu. Con l'unica differenza che la strada che passa di fronte al Palazzo Reale è stranamente vuota. Non ci sono i copriletti colorati appesi lungo le inferriate del giardino del re, né i sadhu vestiti di arancione con il secchiello in mano pieno di polvere rossa. La via che porta a Thamel, poi, è letteralmente coperta di rifiuti. Qualcuno deve averli stesi ad arte perché coprono tutta la carreggiata. L'indomani, a colazione, leggo sul Kathmandu Post che i rug pickers, i rimestatori di spazzatura, bloccano i cancelli del deposito centrale della città. Contestano la nuova disposizione del governo che impedisce loro di lavorare. Di rimestare nella spazzatura, dunque, alla ricerca di bottiglie di plastica da rivendere, verdure ancora mangiabili, gomma, pezzi di legno.
Fa molto caldo, il caldo umido del monsone, e dalla strada si leva un odore dolciastro insopportabile.
La Kathmandu Guesthouse è esattamente come l'ho lasciata tre anni fa. Forse un poco meno curata. Le palme del giardino interno hanno gli ultimi pennacchi secchi, e quando ti siedi nel patio per bere qualcosa i camerieri si fanno attendere. I clienti sono pochi, ma è ancora presto per la stagione estiva. Riconosco una coppia mista che avevo già incontrato alcuni anni fa. Lei, un'occidentale sulla cinquantina. Lui, un indiano, coi capelli che gli scendono lunghi sulle spalle. Discutono nel patio di energia positiva e negativa con un cinquantenne tedesco che gioca a fare il guru. Ritrovo Sohan, il responsabile delle relazioni con la clientela. Gli manca un dente davanti e forse questa è la ragione per cui non sorride tanto. Al cancello il solito buttafuori in divisa con l'aria di un generale in pensione. Persino la stanza che ci danno è la stessa. N° 204. Standard facing garden. Una delle più ambite della guesthouse. Esci sul ballatoio, ti siedi su una seggiolina di legno e guardi il giardino che sta sotto. Ritrovo anche Maya, la femme de chambre, col suo bel sari grigio bordato di rosso. I "namaste" e i sorrisi si sprecano. Come sempre.
Al New Orleans, dove andiamo a fare uno spuntino ci danno notizie di Razu, il cameriere che tre anni fa aveva una storia d'amore con una volontaria tedesca. Non se l'è passata bene Razu, in questi anni. Sua moglie, che era sposato lo sapevamo già allora, si era data fuoco versandosi addosso una tanica di benzina. Non era morta, per sua sfortuna. La notizia era giunta fino a Thamel e Razu era stato licenziato. Nessuno ne sapeva più niente.
Allo Yin e Yang ritrovo anche Shiva, il comunista.
È riuscito a mettere da parte i soldi per partire a studiare in America. Gli manca il visto e l'indomani ha l'appuntamento con l'ambasciata Usa per il colloquio di rito. Dice che non sa se gli daranno il visto. Non ci sono regole. Certo, avere una protezione e uno sponsor in America, conta moltissimo. E lui, purtroppo, non li ha. Ma parla bene inglese e può dimostrare che in banca sono depositati a suo nome i 39000 dollari che gli permetteranno di pagare la retta e il primo anno al campus. Di fronte ad una tazza di caffé, al Northfield, lo alleno a rispondere alle ipotetiche domande dell'intervistatore e mi rendo conto che non ce la farà a passare. Troppo ingenuo. Poco credibile. Con un passato da iscritto alla YCL, la Young Communist League, che di certo non lo aiuta. Ha dei bellissimi occhi Shiva. La pelle scura e un sorriso onesto. Mi dice che, se Dio vorrà, se ne starà in America quattro anni. Senza mai rientrare a casa dalla moglie e dai figli. Che cosa ne pensa la sua famiglia? Dice che al villaggio tutto il clan si è tassato per raccogliere il denaro necessario a farlo partire. Lui studierà business administration. Per amministrare cosa? , gli chiedo. Il negozio- farmacia che la famiglia di sua moglie possiede al villaggio, risponde. Non ho il coraggio di suggerirgli di tacere agli intervistatori americani che è questa la sua ambizione. Troppo fiducioso, troppo entusiasta. Finita la colazione mi chiede: Come ti sembro? Ce la farò a passare? Col sorriso che hai, nessuno ti chiuderà la porta, gli dico. Non esagerare troppo con le lodi all'America, sii serio e sottolinea il fatto che hai moglie e figli qui e che loro non hanno nessuna intenzioni di raggiungerti là. Lo saluto con una pacca sulle spalle e un nodo alla gola.
A Kathmandu trascorriamo due giorni a sbrigare la questione dei permessi per il Mustang. Il nostro referente è Navyo Eller, un meranese che vive a Kathmandu da venticinque anni. È lui che si occupa dei permessi e che ci fornisce i portatori. Lo andiamo a trovare a casa sua, in un quartiere non lontano dal tempio delle scimmie. Le scimmie gli arrivano fin dentro casa. Corrono in perfetto equilibrio lungo la palizzata di legno del giardino e si dondolano agilmente da un filo della luce all'altro. Navyo ci presenta Ram, che sta potando una siepe del giardino. È il suo porter personale e conosce le montagne dove andremo come le sue tasche. Non sarà lui il nostro sirdar, ci spiega. Non parla abbastanza bene l'inglese e non ha ancora passato l'esame per diventare guida. Sarà Goma, che incontreremo in serata alla guesthouse. Ram è un piccoletto con due gambe secche e magre. Se non fossi già stata in Himalaya avrei dei dubbi sulle sue capacità alpine. Ma gli sherpa ormai li conosco e so che sono fatti di ferro. Non sa, Navio, quanti portatori ci accompagneranno. Lo deciderà il sirdar, ci dice, in funzione dei bisogni. Sei, dieci, dodici…Noi non dobbiamo preoccuparci.
Goma, il sirdar, ci raggiunge di sera, alla guesthouse. Anche lui è piccolo, ma molto più solido e compatto di Ram. Viene da un villaggio delle colline del Nepal orientale ed è di etnia mongola. In effetti, assomiglia più ad un cinese delle montagne dello Yunnan che a un nepalese. Capisco subito che è un uomo delle molteplici possibilità. Non vuole controllare la nostra attrezzatura. Non vuole controllare se i nostri sacchi a pelo sono abbastanza pesanti. Se le nostre scarpe vanno bene. Se gli zaini sono facili da caricare. Vedremo, dice. Non c'è problema. E se farà freddo di notte? Troveremo delle coperte, ci dice, e sorride. E quanti saremo? Chi lo sa. Quanto basta, risponde sibillino. E sorride di nuovo.
Il giorno prima di partire decidiamo di fare un salto a Pasupatinath. È là, lungo il fiume Bagmati, che i seguaci di Shiva bruciano i cadaveri. Ed è là che vive da anni il Milk Baba. Bizzarro personaggio, metà santo, metà furbo, Milk Baba è oggetto di grande venerazione da parte dei locali e soprattutto dei turisti. La ragione della sua santità è contenuta nel nome: Milk Baba, l'uomo che si è sempre nutrito di latte. Sull'altra sponda del Bagmati vive invece il Tea Baba, che, come predica il nome, vanta una dieta esclusivamente a base di té. Tea Baba, non si sa bene perché, non riscuote lo stesso successo del suo vicino. Alcuni sadhu coperti di cenere che vivono lì attorno, mi informano che attualmente Milk è in tournée in America. A fare delle conferenze, aggiungono.
I ghat di Pasupatinath sono esattamente come li avevo lasciati tre anni fa. Le scimmie che corrono su e giù per i tetti, i ragazzini nudi che si tuffano nelle acque marroni del fiume scostando con le mani scie di immondizie galleggianti, i dhalit vestiti di bianco che preparano le pire funerarie, qualche corpo che brucia qua e là, un bambino che fruga tra i tizzoni in cerca di anelli o denti d'oro, il cadavere di una donna con i piedi nell'acqua che attende di essere bruciato, le famiglie dei morti che piangono a sprazzi, nei momenti topici della cerimonia funebre. E poi collane di fiori arancioni, incensi, donne vestite di rosso accovacciate sotto grandi ombrelli neri che le proteggono dal sole, bambini che tentano di catturare le scimmie. Nessuna tristezza a Pasupatinath. C'è il sole, il cielo azzurro, e sembra in tutto e per tutto una giornata di festa.
A qualche chilometro da là, a Bodnath, c'è tutta un'altra atmosfera. Meno confusa. Più raccolta.
Bodnath è il più importante centro religioso buddista di tutta la valle di Kathmandu. È a Bodnath, attorno all'enorme stupa circolare, che nel pomeriggio si ritrovano le migliaia di rifugiati tibetani che vivono nei campi profughi della vallata. Girano in senso orario intorno allo stupa, sgranando i rosari di legno, osso, avorio, che penzolano dalla mano sinistra. Li sgranano senza riflettere, quasi un gesto obbligato. Ritroverò lo stesso sgranare nelle valli del Mustang. Alcuni, i più pii, avanzano gettandosi a terra ogni tre passi. Sulla fronte hanno un callo. Sulle ginocchia e lungo gli avambracci delle tavolette di legno per proteggere le articolazioni.
Un'americana si sta facendo benedire da una vecchia sdentata seduta vicino ad un altare lungo il perimetro dello stupa. Mi invita a ricevere la stessa benedizione. Dice che la vecchia se ne sta là da anni e che con le benedizioni racimola qualche soldo. Mi avvicino. La vecchia mi tocca le mani, mi tocca il viso, mi tocca la testa. Ha le mani ruvide. E un cattivo odore. Poi mi scioglie il fazzoletto che ho sulla testa e mi massaggia i capelli. Mentre lo fa pronuncia strane frasi in tibetano. Riconosco i nomi di vari luoghi di pellegrinaggio. Muktinah, ai piedi del Thorong Peak, Derhadun, in India, Lumbini, luogo natale del Buddha. In pratica la vecchia non fa che snocciolare i nomi delle grandi mete di pellegrinaggio nel subcontinente indiano. Non so se la benedizione mi farà sopportare l'altitudine, la fatica, le piogge monsoniche che ci aspettano. Ma lascio fare, perché quella vecchia ha uno sguardo simpatico e ce la mette tutta.
Restiamo a Bodnath a guardare il via via incessante dei pellegrini fino alle prime gocce di pioggia. È quasi sera. Domani si parte per Pokhara.
Bodnath, dall'alto dello stupa centrale

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