mardi 11 décembre 2007

6/Il regno di Lo inizia a Kagbeni...






Rileggo le note che ho preso sul mio moleskine (Chatwin oblige...). Ho scritto : il Mustang comincia a Kagbeni.
Cerco di ricordare. Ma il ricordo si sovrappone. A Kagbeni c’ero già stata tre anni prima. Ricordo una visione magica, al tramonto, mentre affaticati scendevamo dal Thorong La. Di colpo le nuvole si erano dissolte. In basso, alcune centinaia di metri sotto di noi, c’era Muktinath. Sullo sfondo, lontano, poste su piani diversi, le cime innevate del Dolpo, la fascia verde intenso dei campi di orzo, e l’ocra e i rossi di uno sterminato deserto di sabbia e rocce. Tra i due un puntino, su un’ansa del Kali Gandaki. Quella è Kagbeni, mi aveva detto Razu, la guida di allora. Da là in poi non si può passare. Da là in poi, c’è il Mustang. Difficile. Impervio. Inospitale.
A Kagbeni ci eravamo fermati qualche ora il giorno dopo. Una breve sosta. Fino al cartello « Unregistered entry to Upper Mustang is illegal ». 
Quel giorno mi ero ripromessa che ci sarei tornata.

Lasciamo Jomsom a mattino avanzato. Non c’è fretta. Tra Jomsom e Kagbeni, dove contiamo pernottare visto che il permesso di ingresso in Mustang scatta solo l’indomani, appena quattro ore di cammino. Procediamo costeggiando la Kali Gandaki sulla riva sinistra. I primi segni del regno di Lo, come la gente di qui chiama questa regione, si fanno vedere. Un gruppo di cavalieri che scende la montagna lungo un sentiero scosceso. Cavalli piccolini, con selle e bardature colorate, fili e campanellini. Un paio di case di sassi e fango con degli strani trofei fatti di teste di yak, pietre e piume di fronte al’ingresso. 
Incrociamo due svizzeri a cavallo in provenienza da Muktinah. Ci avvertono che dovremo affrontare un guado difficile. Il Panga Khola, un affluente del Khali Gandaki, è gonfio dell’acqua delle piogge degli ultimi giorni. Scende giù forte e violento e il ponte di legno è stato spazzato via. Loro, ci dicono, l’hanno attraversato a cavallo, ma dubitano che lo si possa attraversare a piedi. 
Arrivati in vista del fiume dubitiamo anche noi. I portatori percorrono la riva in su e in giù alla ricerca di un guado possibile. Discutono. Poi alcuni di loro si lanciano. A piedi nudi, le scarpe in cima alle gerle. Oscillano. Ogni tanto si fermano in mezzo ai flutti per ritrovare l’equilibrio. L’acqua scende violentissima, marrone e così torbida da sembrare un solido nastro di fango. Il boato del torrente è così forte che per parlarsi bisogna urlare. Mi siedo su un sasso, mi cambio le scarpe. Ho portato con me le scarpe da torrentismo acquistate in America l’anno scorso. Il Mustang, lo si sa, è terra di guadi. Finiti i ponti sospesi che collegavano più sotto i due versanti di una valle. D’ora in poi si scende fino al fiume, lo si attraversa e si risale dall’altra parte.
Chitra arriva per primo sull’altra sponda e fa segno agli altri di seguirlo. Goma inizia ad attraversare tastando il fondo con un bastone. Poi di colpo fa una smorfia e torna indietro. Pietre e sassi rotolano sotto l’acqua trascinati dalla corrente e una pietra gli è finita sul piede. Goma, il sirdar, sanguina copiosamente. Si esamina il piede, poi riparte. Ora tocca a noi. Tutti gli altri sono già passati e ci fanno grandi gesti indicandoci questo o quel punto del fiume. Kishan è sull’altra riva. Mi fa anche lui dei segni, poi, si toglie la gerla col carico e riattraversa il fiume. Mi prende per mano. « Go, didi... go», mi dice. Didi. In nepalese, sorella. Sorella maggiore. 
L’acqua è gelida. Muovo i primi passi nell’acqua. Sento i sassi e le pietre che mi sbattono contro le caviglie e i polpacci. Tento di avanzare più in fretta che posso. Prima di risalire sull’altra riva perdo l’equilibrio. Sto per rovinare in acqua ma Kishan mi tiene forte e Dilish, il cuoco, che nel frattempo è rientrato in acqua per venirmi a prendere, mi afferra l’altra mano.
Mentre mi asciugo seduta su una roccia arriva un gruppo di monache. Sono sei o sette, tutte col capo rasato e vestite di rosso. Ridono spaventate guardando i flutti. Poi si tolgono le scarpe si rialzano le tonache fino alla vita mostrando impudicamente le cosce. E si lanciano nel fiume tenendosi per mano e formando una catena. Passano quasi tutte. Due sole sono ancora sull’altra sponda. Non si decidono. Ridono, fanno di no con la testa. Sono spaventate. Un uomo si immerge nell’acqua, le raggiunge, si carica sulle spalle le loro cose e le accompagna dall’altra parte tenendole per mano. 
Salgono in pellegrinaggio a Muktinath, mi spiega Goma, che nel frattempo ha infilato il piede sanguinante nella scarpa come se niente fosse. Sono monache tibetane. Rifugiate. Arrivate a piedi dal loro monastero di Kathmandu.
Le monache fanno capannello e ridono esilarate. Poi, in pochi minuti, spariscono dalla nostra visuale. Riesco a intravederle da Eklai Bhatti, un gruppo di case da cui si diparte il sentiero per Muktinah. Sei o sette puntini rossi che si inerpicano veloci su per la montagna.

Kagbeni è un’oasi di verde. Una cittadina medievale alla confluenza del Kali Gandhaki con lo Jhong Khola. Vicoli stretti e acciottolati, portici, pertugi, cortili. Tutto comunica con tutto. Finestre in legno così piccole che ci passa appena una testa. Mucche, vitelli pulciosi, cavallini al guinzaglio di bambine scalze e scarmigliate. Nasi che colano. Volti, mani e piedi anneriti dal sole e dalla fuliggine. Occhi neri. Capelli neri. Fili di lana intrecciati ai capelli delle donne. Lapislazzuli, argento e ambra in quelli degli uomini. 
Donne con il rosario nella mano sinistra. Uomini che il rosario invece lo portano al collo. Vecchie che pregano sedute sui gradini di fronte a casa. Porte d’ingresso che si aprono a metà. La parte in basso chiusa per non far uscire gli animali. Qui la gente vive assieme agli animali. E ne condivide il ritmo di vita. Una donna, seduta a terra, allatta al seno un bambino. Un matto parla con un cavallo legato alla porta di casa.
All’ingresso del paese un chorten imponente. Leggermente sopraelevato, un gomba coi colori del buddismo sakya : giallo, rosso e grigio. 
Un giovane monaco, all’ingresso del gompa mi spiega in un pessimo inglese i fondamenti del buddismo. Mi dice che loro, i monaci sakya, tra pochi mesi scenderanno tutti a Dheradun, in India. Sverneranno là, dove si trova il rimpoché a capo del loro movimento. Poi mi indica la vetta del Thorong La che si intravede appena svettare sopra Muktinath e le nuvole. Noi la chiamiamo Yakhuba, mi dice. Yakhuba, fronte di yak. Non vedo il bianco della neve perenne che circonda la cima ? Proprio come la fronte bianca degli yak, mi confida. 
Fa freddo. Sta calando la notte. Il monachello si copre le spalle nude con un lembo della sua tonaca bordeaux. Ai piedi ha un paio di scarpe da ginnastica. Mi piace il buddismo, mi chiede ?

Vagabondo su e giù per i vicoli del villaggio. Kishan mi segue. Sempre a qualche passo da me. Dal balcone di una casa dipinta di rosso un ragazzo con un neonato al collo ci osserva. « Ciao, Kishan » grida, poi gli rivolge qualche parola in nepalese. Kishan sorride. Il ragazzo è francese. Mi racconta che vive là da qualche mese assieme alla sua compagna e al loro bambino. Kishan li aveva aiutati a trasportare il bambino da Beni. Lo conoscono bene, Kishan ? I due sorridono. Tutti, nella valle, conoscono Kishan, mi fa lei. 

All’uscita del villaggio, proprio in prossimità del posto di frontiera, un lungo muro di preghiera. Due contadine che rientrano dai campi lo percorrono tutto facendo girare uno a uno i mulini da preghiera. 
Ceniamo deliziosamente al nostro lodge al lume di candela. Zuppa di funghi, verdure saltate e riso al latte profumato alla cannella. Durante la cena ogni tanto compare una vecchia. Ci fissa a lungo, poi scompare dietro a una porta per ricomparire qualche minuto dopo e fissarci di nuovo. Uno stuolo di ragazzine prepara il cibo e sprepara la tavola. Ci corichiamo prestissimo. Domani entreremo nel regno di Lo.