lundi 10 décembre 2007

2/Sulla strada per Beni....



Tra Kathmandu e Pokhara ci sono circa duecento chilometri. Ma in Nepal i chilometri non significano nulla. I tempi di percorrenza sono dettati dalle slavine, dai blocchi stradali, dalle condizioni del mezzo, dalle soste che decide di fare l'autista. È con spirito tutto orientale, dunque, che saliamo sulla corriera che dovrebbe portarci alla meta: vai e non sai quando arriverai, ma non importa, arriverai comunque. 
A Kathmandu le corriere partono solo quando sono ben piene. Piene zeppe. La nostra dovrebbe partire alle 6 e 30 della mattina, ma alle 7 e 30 siamo ancora fermi in attesa che l'assistente dell'autista raccolga i viaggiatori necessari a riempire i sedili rimasti vuoti. 
Piove leggermente. Una pioggerellina che non bagna. Il cielo è uniformemente grigio…
Seduto dietro di me, un vecchio che è diretto in Mustang. L'uomo, sui settant'anni, è molto bello e molto degno. Alto, magro, con delle grosse trecce che gli girano attorno alla testa. Infilata tra le ciocche di capelli che formano le trecce, una pietra turchese. Il vecchio ha accanto a sè il figlio, che lo accompagna fino a Pokhara. Da lì in poi - questo ce lo dice il figlio - se la sbrigherà da solo. Percorrerà da solo le valli che risalgono il Kali Gandhaki, e valicherà da solo la barriera himalayana che protegge Lho Manthang, la capitale. Forse - continua il figlio - affitterà un cavallo. E poi aggiunge: "Lo accompagno a Pokhara, che non si sa mai..."

Prime impressioni di un mondo a rovescio. Un mondo che vede il pericolo in città o sull'autobus Kathmandu-Pokhara. Qui, le montagne, per quanto impervie, non fanno paura a nessuno...

Prima di partire compro il Kathmandu Post, uno dei due quotidiani in lingua inglese della città. I partiti al governo non si mettono d'accordo su quando fare nuove elezioni. Le proteste dei rug pickers continuano. Una donna, Umarawati, è ritrovata viva tra le immondizie che un camion ha scaricato al centro di raccolta. I sospetti si concentrano sul nipote. L'uomo, infastidito dalla presenza della vecchia a casa, se ne sarebbe liberato gettandola nella spazzatura.

A Pokhara arriviamo verso le tre del pomeriggio. Si respira a fatica. Il caldo del monsone prima dello scroscio è pesantissimo. Fa così caldo che i rumori delle macchine e delle motociclette risultano ovattati. "Dump, isn'it?", si scusano i gestori delle agenzie di trekking, i tecnici degli Internet café, i venditori di materiale da montagna usato, rimasuglio delle spedizioni primaverili sull'Annapurna o nella regione del Dolpo. Le pashmine ricamate, appese in bella mostra davanti alla porta dei negozi, sono quasi tutte scolorite dal sole. I caffé sono vuoti. Sul lungolago, di turisti, nemmeno l'ombra. Passano le ore e il caldo si fa ancora più pesante e insopportabile. Seduta al tavolino di un caffé, sorseggio immobile un banana lhassi. Il sudore mi scende sugli occhi, annebbiandomi la vista. Una bionda ragazza americana, coda di cavallo, scarpe, short e maglietta tutti bianchissimi, fa jogging lungo il marciapiede. Rapidissima e sincronica. Visione irreale. 

Il sentiero che risale il Kali Gandaki fino a Jomsom e alla frontiera col Mustang, parte da Beni, una settantina di chilometri a est di Pokhara. 
Beni, una delle principali roccaforti dei maoisti seguaci di Prachanda, nel marzo del 2004 viene messa a ferro e fuoco dai soldati governativi che sparano sulla gente dall'alto dei loro elicotteri. Alcuni giorni dopo un giornale di Kathmandu pubblica una foto agghiacciante: per terra, allineati, giacciono decine di corpi nell'uniforme verde dei guerriglieri. Difficile sapere il bilancio della carneficina. C'è chi parla di 500, chi di 50 morti. 
Per anni Beni viene tagliata fuori dai sentieri di accesso al massiccio dell'Annapurna. Troppo pericolosa, dicono le agenzie di trekking. Il rischio di incontrare i "maobadi", i guerriglieri maoisti, in quella zona, è altissimo. Lungo i sentieri dell'Annapurna rimbalzano le storie di trekkers ai quali i maoisti avrebbero chiesto un balzello: un migliaio di rupie a testa, neanche dieci dollari, a significare che quella è terra loro e che là i permessi del governo nepalese non valgono nulla. Da alcuni mesi, da quando Prachanda e i suoi sono entrati nella coalizione di partiti che regge il governo temporaneo in attesa del referendum per la Costituente, pare che a Beni ci si possa passare di nuovo. Tra i poliziotti locali insediati nella cittadina e gli ex-guerriglieri regna infatti una sorta di accordo di non belligeranza. Fragile quanto si vuole. Ma, per il momento rispettato da entrambe le parti. 

Per tutta la notte, a Pokhara, imperversa violentissimo il monsone. All'alba, quando ci svegliamo, la nostra guesthouse è semiinondata. Facciamo colazione coi piedi nell'acqua tra i secchi e le bacinelle. Il taxista che ci viene a prendere per portarci a Beni, prima di girare la chiave di avviamento fa una piccola cerimonia propiziatoria: si tocca il petto, la fronte e poi tocca una statuetta sul cruscotto che rappresenta una qualche divinità indù. La macchina è piccola e scalcagnata e non dà nessun affidamento. Dovrebbe poter arrivare a Baglung, ma là finisce il pezzo asfaltato. E per arrivare a Beni è necessario percorrere ancora venti chilometri di sterrato. 
Continua a piovere fortissimo e il verde delle valli e vallette che attraversiamo è smagliante. 
A Baglung arriviamo tre ore dopo. Tre ore di tornanti, strettoie, e asfalto che se ne è andato. La gente del paese ci fa segno di no con la mano, ma il taxista continua imperterrito. Neanche due chilometri e il nastro stradale sparisce sotto un torrente che scende violentissimo dal costone montagnoso. Ci fermiamo. Dall'altra parte del torrente un gruppetto di persone strette sotto un unico grande ombrello ci guarda. Osserviamo sconsolati la corrente, le persone e aspettiamo. Il taxista non se la sente di passare. La cosa migliore, ci fa capire, è aspettare che passi una jeep o un camion. Ci porteranno loro dall'altra parte. Se proprio non arriverà nessuno potremo sempre tornare a Baglung in cerca di un mezzo più adatto.... 
Dopo circa mezz'ora arriva un jeeppone cinese stracarico di ragazzi nepalesi. Mi sembra improbabile che possa accoglierci e soprattutto che possa accogliere gli zaini, ma in oriente lo spazio è un concetto elastico. Il nostro taxista inizia una contrattazione infinita con l'autista della jeep che a sua volta discute animatamente con i passeggeri. Alla fine due ragazzi scendono dal cassone di dietro e ci lasciano il posto. Poi, una volta che ci siamo sistemati, si arrampicano sul predellino esterno e si tengono aggrappati al portapacchi. 
Non sono affatto tranquilla. L'acqua del torrente che ci taglia la strada scende a valle vorticando con estrema violenza. E, lungo il guado, intravedo spuntare dei grossi sassi. L'autista della jeep, mette in moto e accelera come se stesse effettuando una partenza in formula uno. Poi, di colpo lancia la jeep velocissima nell'acqua. È un attimo…Uno dei due ragazzi che sono attaccati all'esterno del mezzo viene sbalzato fuori e cade in acqua. Tutti si mettono ad urlare. Ma il ragazzo si alza immediatamente e per quanto bagnato dalla testa ai piedi sembra illeso. 
Un miracolo. Avrebbe potuto cadere con la schiena su una roccia, o farsi trascinare giù dalla corrente. Invece arranca gocciolando fino alla jeep, grida un poco dietro all'autista, poi si arrampica nuovamente sul predellino e tutti si riparte. Due o tre chilometri dopo, si ripresenta la stessa situazione. Stavolta però il torrente che taglia la strada è molto più largo e profondo. L'autista della jeep scuote la testa e dice che non c'è niente da fare. Lui non può passare. Troppo pericoloso. E di passare a guado, portando gli zaini a spalla, non se ne parla nemmeno.
Su entrambe le sponde del torrente due enormi corriere Tata. 
Immobili. Alcuni passeggeri siedono pazientemente all'interno. Gli altri formano dei capannelli attorno alla riva e osservano i vortici e i mulinelli che si formano attorno ai sassi e alle rocce che l'acqua, scendendo, ha trascinato con sè. Sono almeno tre ore che aspettano là, fermi, che smetta di piovere. Col sole il livello dell'acqua scenderà. Mi appaiono fiduciosi. O rassegnati. 
Trasbordiamo i nostri zaini sulla corriera e ci disponiamo ad aspettare con loro.
Un ragazzo si avvicina e inizia a chiacchierare. Il suo inglese è perfetto, praticamente oxfordiano. È in viaggio da Kathmandu assieme a due amici. I tre hanno viaggiato tutta la notte e devono imperativamente raggiungere il loro reggimento a Jomoom entro la sera del giorno successivo. Sono tutti allievi della scuola ufficiali degli alpini. Avevano programmato di prendere l'aeroplanino che collega Pokhara a Jomsom, ma l'aeroplanino, date le condizioni del tempo, non era decollato. Il loro capitano, contattato via radio, li aveva minacciati di sanzioni gravissime se loro non si fossero trovati in caserma all'ora prevista. Certo che lo sapevano che da Beni a Jomsom ci sono quattro giorni di marcia, e anche il capitano lo sapeva, ma quelle erano le regole dell'esercito. Loro non potevano permettersi di non arrivare, e dunque, se fossero riusciti a guadare il fiume, avrebbero camminato tutta la notte e il giorno dopo.
Il ragazzo che mi parla ha uno sguardo curioso. E una cicatrice che gli attraversa il viso. Mi chiede cosa ne pensiamo del Nepal, della politica nepalese, del re. Mi chiede se secondo noi è normale che un paese che possiede tutta quell'acqua che scende impetuosa dalle vette himalyane, non abbia corrente elettrica a sufficienza. Se troviamo normale che a Kathmandu, la capitale, la città sia quotidianamente paralizzata dai black-out. Mi chiede se secondo me il Nepal, un giorno, potrà decollare economicamente. 
I tre ragazzi sono estremamente cortesi ed educatissimi. Ci offrono da mangiare, e poi ci chiedono chi siamo e da dove veniamo. Gli dico da Venezia, e Babin, il più aristocratico, si mette a snocciolarmi, in inglese perfetto, alcuni brani del "Mercante di Venezia" di Shakespeare. Resto allibita. Lui ha studiato in un college in India, mi dice. La sua famiglia l'ha mandato a studiare là perché riteneva che in Nepal non ci fossero scuole all'altezza. In India avevano studiato a fondo Shakespeare e lui amava soprattutto quella commedia. 
Babin è davvero uno strano tipo. Gli chiedo da dove viene la cicatrice che gli attraversa il viso. Un incidente in moto, mi dice. Tre mesi in coma. Poi il risveglio. Tutti lo avevano dato per spacciato, e ride.Babi, ride spesso ma ride strano. 
La pioggia cessa di colpo. Lentamente il sole riscalda la terra, e nuvole di umidità si levano dalle foglie, dall'erba, dalle cime degli alberi. L'acqua, sostiene un signore, sta visibilmente scendendo. Lui la misura da qualche ora immergendo sistematicamente un bastoncino a un metro dalla riva. 
Poi succede. La gente si attiva. Sale velocemente in corriera. Prende posto sui sedili e sui sacchi di riso che ingombrano il corridoio. L'autista infila nel mangianastri una cassetta di musica indiana, alza il volume a manetta, avvia il motore, dà gas. Non me ne rendo conto, ma in pochi secondi, all'interno della corriera restiamo solo io, Claudio e una vecchia in sari. Gli altri sono scesi e si sono arrampicati velocemente sul tetto. Mi domando se forse non sarebbe meglio seguirli, quando l'autista dà di gas e si lancia in mezzo al torrente. L'autobus, per quanto scalcagnato, è un Tata bus, uno di quei bestioni indiani che attraversano le contrade più impervie dell'Asia. Avanza caracollando, sembra quasi avercela fatta, poi di colpo urta contro una pietra, si ferma in mezzo alla corrente e inizia ad inclinarsi verso il dirupo. Si levano delle urla dal tetto e tutti saltano in acqua dalla parte opposta. Noi veniamo sbattuti contro la parete. La vecchia urla. Poi piange. Se l'autobus continua a inclinarsi così si rovescia e noi facciamo la fine del topo. Usciamo dai finestrini e ci buttiamo in acqua anche noi. 
La vecchia resta sola in corriera e continua a piangere. La corriera sembra proprio rovesciarsi, poi, miracolosamente, si blocca. Se ne resta là, inclinata su un fianco, in mezzo all'acqua che le vortica intorno. Un uomo si infila dentro e trascina la vecchia fuori dal finestrino.
La situazione è ancora peggiore di prima. Noi oramai siamo sull'altra riva, che abbiamo raggiunto a guado, facendo catena, ma gli zaini con tutte le nostre cose sono dentro il portabagagli, probabilmente bagnati e, per come stanno le cose, è impossibile recuperarli. 
I tre allievi ufficiali ci salutano. Loro proseguiranno verso Beni a piedi. Non possono permettersi di aspettare che arrivi qualcuno a disincagliare la corriera. Tra un paio d'ore saranno a Beni, ci dicono, e da là risaliranno direttamente la valle fino a Jomsom. Quando arriveremo a Jomsom dobbiamo assolutamente andarli a trovare in caserma. Sarà un onore per loro riceverci, ci dicono. Poi ci dicono di non preoccuparci e ci fanno ciao con la mano. 
Situazione di stallo. Alcuni passeggeri si allontanano a piedi. Altri, quelli che come noi hanno i bagagli a bordo, aspettano. La pioggia oramai è un ricordo e il sole splende implacabile. Non c'è neanche un albero che faccia ombra. 
Dopo mezz'ora noto una certa agitazione. Alcuni uomini sono entrati in acqua e stanno legando una corda al parafanghi del camion. La situazione è assurda. Com'è possibile che un camion di quella stazza venga trascinato fuori dall'acqua grazie a una decina di uomini che lo trainano con una cordicina che a malapena potrebbe servire a stendere la biancheria? Il tentativo, come previsto, fallisce subito. La corda si spezza e il gruppetto di tiranti finisce in acqua come nei film di Ridolini. Dal nulla sorge un'altra corda. Di ferro stavolta e più spessa. Ma, niente da fare. La corriera non si sposta di un millimetro. Passa un'altra ora. Sono ormai le 4 del pomeriggio. E la notte, da queste parti, scende attorno alle sei e mezzo. Di colpo, perché a queste latitudini non c'è l'imbrunire.
Stiamo pensando di tentare una sortita nel portabagagli per riprenderci gli zaini, quando da dietro la curva si profila un bulldozer. Un bulldozer, vero, di quelli che si vedono in America. Giallo, grande, con una pala immensa. L'operazione è presto fatta. Il bulldozer spiana la strada all'autobus, lo solleva leggermente con la pala per spostare la roccia che lo blocca, e in qualche minuto il mezzo è sull'altra sponda del fiume.
Si riparte. Col bulldozer che avanza di fronte a noi e ad ogni torrente - ce ne sono altri infatti che bloccano il passaggio - ripete lo stesso lavoro. Spiana la strada e dà il via libera.
All'ennesimo guado, incrocio una donna che scende. È un'occidentale ed ha un grandissimo
 zaino sulle spalle. In un inglese stentato, mi dice: "Non si può passare. Non si può andare avanti. Ho tentato per due giorni di risalire il Kali Gandaki, ma è impossibile. Troppe slavine. Troppo pericoloso!" È estone, mi dice. E torna a Pokhara, in attesa che il tempo migliori. Poi si allontana correndo. 
Superiamo un villaggio e dopo qualche centinaio di metri ci rendiamo conto che la strada non c'è più. È franata a valle. Stavlta il bulldozer non può farci niente. Chi vuole prosegue a piedi. Da lì, ci dicono, Beni dista appena 12 chilometri.
Dalla corriera scendono disciplinati tutti i passeggeri. Non perdono tempo a protestare o a lamentarsi. Si caricano i bagagli sulle spalle, superano la slavina un poco più a monte e si incamminano in fila indiana. C'è una sorta di rassegnazione in questi paesi, mi dico. Una piatta accettazione del destino. Qualunque esso sia. Saggezza o follia?
Pessima prospettiva. Dodici chilometri con uno zaino di 12 chili sulle spalle. 
Non faccio nemmeno in tempo ad incamminarmi che mi si avvicina un ragazzino. Indica i nostri zaini e ci fa segno che ce li porterà lui fino a Beni. Uno solo, gli dico. È un ragazzino fragile, avrà si è no quindici anni. Ai piedi porta un paio di tong. Lui scuote la testa. Li porterà tutti e due e in cambio noi lo pagheremo il doppio. 3 dollari, ci dice, e gli brillano gli occhi. Non se ne parla nemmeno, dico io. E mi guardo intorno alla ricerca di un altro porter. Lui ride. Ma nessuno si fa avanti. Un paio di ragazzi guardano vogliosi lo zaino di Claudio ma c'è un tacito accordo che impedisce loro di farsi avanti. 
Kishan, è così che si chiama il ragazzo, nel frattempo ha tirato fuori una cinghia di corda intrecciata. Un primo zaino se lo è già caricato sulle spalle e il secondo se lo fa mettere sopra. Come minimo 30 chili di roba. Poi si incammina senza voltarsi indietro e in due minuti è già dall'altra parte del baratro. Tiene il carico alla maniera sherpa, con la cinghia che passa dietro, sotto gli zaini, posta sulla testa Sul capo, per evitare di graffiarsi la fronte, il ragazzo indossa una caciottina di lana rossa lavorata all'uncinetto. 
Tra me e Kishan è amore a prima a vista.
Due ore dopo siamo a Beni. Io ho i piedi già piagati. Calzetti e scarpe bagnate, lo si sa, sono i nemici del camminatore. Ma è inutile tentare di cambiare i calzetti bagnati con dei calzetti asciutti perché si procede guadando senza sosta torrenti, corsi d'acqua e immense pozzanghere. Kishan non parla inglese, ma mi sta vicino. Ogni tanto si ferma nei pressi di una roccia e vi depone il carico senza staccare la cinghia dal capo. Un paio di volte faccio il tentativo di recuperare lo zaino, perché ho vergogna di farmelo portare da un ragazzino, ma Kishan ride, scuote la testa, e la gente attorno a lui ride ancora di più forte. 

Quando arriviamo a Beni è quasi sera. Dal nulla si materializzano guida e portatori. Ci stavano aspettando. Erano preoccupati. Non riesco a capire quanti sono, chi fa parte della spedizione e chi li accompagna giusto per bighellonare un poco. A un'ora da Beni, un poco più in alto, c'è il piccolo villaggio di Galishor. Sarà là che pernotteremo, mi dice Goma. Bisogna affrettarsi. 
Allungo a Kishan un biglietto di dieci dollari. Lui mi guarda, guarda Goma, non sa cosa fare. Goma gli fa un cenno d'assenso. Kishan prende i soldi e se ne va. 
Il sentiero che sale a Galishor corre dritto davanti a noi. Goma ci dice di proseguire. Prenderanno loro le nostre cose e ci raggiungeranno là.


Neanche un chilometro dopo, sentiamo rumore di pietre che cadono. È praticamente buio pesto. Due ragazze che camminano qualche passo davanti a noi si fermano, e di colpo arretrano di corsa. Il sentiero in costa alla montagna sparisce quasi del tutto sotto la gragnuola di pietre che cadono. Aspettiamo un paio di minuti. Quando si fa nuovamente silenzio le ragazze scavalcano di corsa la slavina e noi le seguiamo. Più sotto si sente il rumore sordo del fiume, un affluente del Kali Gandaki.
Alla Paradise Guesthouse di Galishor manca la corrente, ma la signora che la gestisce ci porta un paio di candele. Io sono preoccupatissima per i miei piedi, che tento di curare come posso. 
Al lume di candela intravedo le facce dei portatori che se ne stanno sdraiati sul prato di fronte all'ingresso. Lungo il muro un'infinità di gerle di vimini coperte da teli di plastica blù. 


Bambini ci accolgono a Beni